lunedì 29 giugno 2009

Era una giornata assolata e ventosa, co­me in tutti i giorni dell'anno, in quella parte della Patagonia

Erano passate le otto quando vidi le luci. Guardai se ce n'erano al­tre, ma non ne vidi. Questi posti non erano niente, pensai, finché non ci si era in cima. Non sapevo che eravamo in cima a Esquel.

Mi ero aspet­tato di più - un'oasi, forse pioppi più alti, la vista di qualche bar accogliente, un ristorante affollato, una chiesa illuminata a giorno, qualcosa che desse significato al mio arrivo. Oppure qualcosa di meno, come una delle stazioni minuscole lungo la ferrovia; come Jacobacci, qualche ca­panna, dei cani, una campanella. Il treno si svuotò rapidamente.


Trovai un uomo con un berretto dall'aria ufficiale, e un distintivo delle ferrovie appuntato alla camicia. C'era un albergo lì vicino?
«Esquel è piena di alberghi», rispose. «Alcuni sono anche buoni.»

Gli chiesi di dirmene uno, e lui lo fece. Mi ci infilai subito e feci un bagno, freddo, non per mia scelta. Poi andai al ristorante.

«Che cosa beve? Vino rosso?»
«Sì», dissi.
«E che cosa mangia? Una bistecca?»
«Sì.»

Come sempre. Ma qui l'atmosfera era diversa, come in un saloon del west, con la gente che veniva in città per il fine settimana, le facce parevano di cuoio; si tenevano addosso le giacche di pelle anche nel ri­storante, un uomo stava dritto sulla sua sedia, con un libro in mano. I camerieri correvano avanti e indietro con i loro vassoi. Vidi un orologio a muro, un calendario, la fotografia di quella che probabilmente era una squadra di calcio locale, l'immagine di un santo.
Avevo pensato di fare una passeggiata, di cercare un bar. I muscoli mi facevano male per il viaggio, e volevo sgranchirmi. Ma stando lì se­duto mi appisolai. Mi risvegliai con uno scossone e chiesi il conto.

A letto, la sabbia e la ghiaia che erano fra le pagine di Boswell mi caddero sul petto. Lessi una frase, guardai la sabbia che scivolava, e nel gesto di toglierla mi addormentai.

L'idea iniziale era di arrivare a Esquel il giorno prima di Pasqua, e di svegliarmi la domenica per guardare l'alba. Ma la Pasqua era già pas­sata. Questa non era una data particolare, e io non mi svegliai all'ora che avevo in mente. Mi alzai e uscii.

Camminai fino alla stazione. La locomotiva che mi aveva portato a Esquel aveva un'aria derelitta, sul binario di raccordo, come se non do­vesse mettersi in moto mai più. Ma aveva forza per altri cent'anni, ne ero certo. Camminai oltre, passando davanti alle case di un piano e alle capanne di una stanza, fino ad arrivare dove la strada diventava un sen­tiero polveroso. C'era un pendio roccioso, qualche pecora, il resto era­no cespugli ed erbacce. Guardando attentamente si vedeva che i cespu­gli avevano piccoli fiori rosa e gialli. Il vento li scuoteva. Mi avvicinai. Tremavano, ma erano graziosi. Dietro di me c'era un gran deserto.

Era questo il paradosso della Patagonia; star qui spingeva a di­ventare un miniaturista, oppure a interessarsi a enormi spazi vuoti. Non c'era un campo di studio intermedio; o l'enormità dello spazio deserto o la vista di un fiore piccolissimo. Si doveva scegliere fra il minuscolo e l'immenso.

Il paradosso mi divertiva. L'arrivo non aveva importanza, era il viag­gio che contava. Avrei seguito il consiglio di Johnson. Agli inizi della sua carriera aveva tradotto il libro di un viaggiatore portoghese in Abissinia. Nella sua prefazione, Johnson scriveva: «Non ha cercato di divertire i lettori con assurdità immaginarie, o fantasticherie incredibili; che sia ve­ro o no, tutto quel che riferisce è perlomeno verosimile, e chi non rac­conta nulla che ecceda i confini della verosimiglianza ha il diritto di pre tendere che chi non lo può contraddire gli creda».

Le pecore mi videro. Le più giovani si misero a scalciare. Quando guardai di nuovo nella loro dirczione se ne erano andate, e io ero una formica in un formicaio sconosciuto. In quello spazio era impossibile accertare le dimensioni delle cose. Non c'erano sentieri fra i cespugli, ma potevo guardarli dall'alto, guardare l'oceano di spine che in distan­za sembrava così mite, da vicino così crudele, e in primo piano come mazzi di fiori malriusciti. Era tutto perfettamente calmo, e senza odori.
Sapevo di non essere da nessuna parte, ma la cosa più sorprenden­te era che dopo tutto quel tempo ero ancora nel mondo, in un punto in fondo alla carta geografica. Il paesaggio era scarno, ma dovevo ammet­tere che aveva lineamenti decifrabili, e che io c'ero dentro. Il suo aspet­to era una scoperta. Pensai che anche «da nessuna parte» era un luogo.

In basso la valle diventava profonda, di una roccia grigia che por­tava le strisce delle ere e le spaccature delle inondazioni. Più in là c'era una sequenza di colli, con le fenditure e i tagli fatti dal vento, che ora cantava nei cespugli. I cespugli si scuotevano al canto, poi s'irrigidivano silenziosi. Il ciclo era di un azzurro terso. Una nuvola soffice, bianca co­me un fiore di cotogno, portava un po' di ombra dalla città, o dal Polo sud. La vidi avvicinarsi.

Fluttuò sopra i cespugli e mi passò sulla testa; un attimo di freddo e poi andò sgualcendosi verso est. Qui non c'erano voci, c'era quello che vedevo. Sebbene più avanti ci fossero montagne, ghiacciai, albatri e indios, qui non c'era niente di cui parlare, nulla che mi trattenesse ancora. Solo il paradosso della Patagonia: lo spazio im­menso e i fiori minuscoli del cespuglio simile all'artemisia. Il nulla in sé, che per qualche intrepido viaggiatore segna l'inizio, per me era una con­clusione. Ero arrivato in Patagonia, e mi venne da ridere ricordando che ero partito da Boston, con il treno sotterraneo che la gente prendeva per andare a lavorare.
Paul Theroux
L'ultimo treno della Patagonia




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sabato 27 giugno 2009

Solo il paradosso della Patagonia: lo spazio im­menso e i fiori minuscoli del cespuglio simile all'artemisia

Il vecchio espresso della Patagonia.
Otto non ebbe bisogno di svegliarmi, ci pensò la polvere. Riempì il mio scompartimento e mentre il Lagos del Sur correva attraverso l'altopia­no dove piove raramente (a che servivano qui le scarpe impermeabili?) la polvere veniva sollevata, e la nostra velocità la faceva entrare con for­za attraverso le finestre che sbatacchiavano e le porte dondolanti.

Mi svegliai sentendomi soffocare, e mi feci una maschera con il lenzuolo per poter respirare. Quando aprii la porta, una nuvola di polvere mi volò addosso. Non era una normale tempesta di sabbia, pareva più un disastro nel pozzo di una miniera: il rumore del treno, l'oscurità, la poi vere, il freddo. Non c'era pericolo che perdessi la stazione di Ingenero Jacobacci per via del sonno. Appena dopo mezzanotte ero compici il mente sveglio. Digrignai i denti, e granelli di sabbia scricchiolarono nei i molari.

Misi a posto la valigia, riempii le tasche con le mele che avevo coni-prato a Carmen de Patagones e andai all'entrata del vagone ad aspri tu­re il segnale di Otto. Stetti lì seduto. La polvere vorticava dal corridoio, avvolgeva in folate le lampadine e copriva gli specchi e le fine-siri.1 con pelo di criceto. Tenni un fazzoletto sulla faccia. Lavarsi non aveva spfl« -, so; non c'era sapone, e l'acqua era gelata.

Otto comparve qualche tempo dopo. Si era messo l'unilomic di ferroviere sul pigiama, e aveva un'aria disfatta. Battè sul suo orologio polso e disse con voce malferma: «Jacobacci, venti minuti».

Volevo tornare a letto. L'ultima cosa che avrei desiderato era tralasciare la sicurezza del treno per l'incertezza esterna. Fuori c'era il vuoto, e niente era sicuro. Tutti quelli che avevo incontrato mi avevano avvertito di non prendere il treno per Esquel, ma che cosa potevo fare? Dovevo andare a Esquel prima di tornare a casa.

Pensavo di essere l'unico a scendere a Ingeniero Jacobacci ma mi sbagliavo. C'erano due vecchi che portavano grandi fusti di petrolio co­me parte del bagaglio, una donna con un bambino al collo e un altro che le andava dietro passo passo, una coppia con una valigia legata con spa­go e cinture, e altri che erano ombre. La stazione era piccola, sulla ban­china c'era appena lo spazio per tenerci. Le persone che avevano viag­giato in seconda classe, ed erano state svegliate dallo scossone della fer­mata e dalle luci della stazione, avevano i volti affaticati ed esangui. Il treno sibilò per mezz'ora davanti alla banchina, poi si allontanò molto lentamente. Si lasciò dietro polvere, luce fioca e silenzio.

Sembrò che si portasse via il mondo.

Quel treno espresso - come sognavo di esserci ancora dentro! -aveva confuso le distanze e le altitudini. I dati furono forniti a Jacobac­ci: eravamo a più di mille miglia da Buenos Aires, e da Carmen de Pa­tagones, che era a livello del mare, eravamo saliti per più di mille metri, su un altopiano che si riabbassava prima dello stretto di Magellano. In questo vento, a quest'altezza e a quest'ora - erano le due del mattino -a Jacobacci faceva molto freddo. Nessuno si ferma a Jacobacci, mi ave­vano detto. Avevo la prova del contrario. C'erano passeggeri che erano scesi. Pensai che avrebbero aspettato il treno per Esquel, come me. Mi guardai attorno, se n'erano andati.

Dove? In quel vento, quel buio, quelle capanne nel deserto. Non prendevano un altro treno, vivevano a Jacobacci. Più avanti lo conside­rai un pensiero ingenuo, ma al momento riflettei su com'era strano che delle persone — emigranti e figli di emigranti - avessero scelto di vivere lì, con tutti i posti che c'erano al mondo. Non c'erano né acqua né om­bra, le strade erano terribili, e c'era poco lavoro pagato. Per quanto fos­sero tenaci, non potevano avere la resistenza e l'ingegnosità degli indios che, comunque, non avevano mai popolato questa parte della Patago­nia. A nord est c'erano le fertili praterie di Bahia Bianca, a ovest i laghi - il paradiso tirolese di Bariloche.

Per via di qualche mucca o pecora, e di una caparbietà sconcertante, c'era gente che viveva in questo villag­gio minuscolo della Patagonia in cui la linea ferroviaria si divideva, un raccordo nel deserto. Ma era un pensiero ingenuo. Ci sono tanti che hanno bisogno di spazio assai più che di erba o alberi, e per loro le città e le foreste sono solo confusione. Qui puoi essere te stesso, mi disse un gallese in Patagonia. Be', su quello non c'erano dubbi.


Lasciai la valigia sulla banchina e mi misi a passeggiare fumando la pipa. Il primo treno per Buenos Aires sarebbe passato fra tre giorni. Un manifesto dell'Unesco inchiodato al muro della stazione mi parlava del­la malnutrizione in America latina. Come in Guatemala, un cartello di­ceva Prendi il treno, costa meno! E un altro II treno ti è amico - diventa amico del treno! Da un palo della banchina pendeva una campana di bronzo, come una vecchia campanella delle scuole. Il capostazione l'a­veva suonata subito prima che il Lagos del Sur ripartisse, ma nessuno ci era salito.
Il treno era andato in una dirczione, i passeggeri di Jacobacci in un'altra. Così ero rimasto solo, come Ismaele: «E solo io sono scampa­to, per poterlo raccontare». Era un posto freddo e deprimente, ma do­vevo stare lì quattro ore ad aspettare il minuscolo treno a vapore per Esquel, non avevo altra scelta.

Pensavo anche: È perfetto. Se un aspetto del viaggio era l'abbandonarsi al brivido, proprio dell'esploratore, di trovarsi da solo, di avere lasciato indietro tutti gli altri, dopo quindici mila o ventimila miglia, e di essersi imbarcato in una missione solitària alla scoperta di un luogo remoto, allora avevo realizzato il sogno del viaggiatore. Il treno va mille miglia oltre Buenos Aires, si ferma in me/ zo al deserto e tu scendi. Ti guardi intorno, sei solo. E come arrivare. I1, già come una scoperta, ha la stessa singolarità. Il ciclo era pieno di stcl le in costellazioni non familiari, perfino la luna era storta, come una ver sione antipode di quella a cui ero abituato. Era tutto nuovo. Nei ini gliori libri di viaggi, la parola solo è implicita in ogni pagina emo/.io nante, è fine e ineliminabile come una filigrana. Questa conce/ioni1, l'i dea di poter farne il resoconto - perché ero partito proprio con Pillai ili scrivere un libro, no? - compensava i disagi. Solo, solo; era comi: la pro­va del mio successo. Avevo dovuto viaggiare molto lontano per urrivnrc a questa condizione solitària.

Una voce, un gracidio di rana, chiese: «Tè?»

Era il capostazione. Indossava un cappotto invernale, e scarponi rotti, e sul bavero del cappotto aveva il simbolo delle ferrovie General Roca. Nel suo ufficio, un piccolo bollitore da tè ammacatto su una griglia di fili di ferro improvvisata.
Pensai che fosse meglio spiegare la mia presenza: «Aspetto il treno per Esquel».

«Esquel è molto bella.»

II suo era il punto di vista da Jacobacci. Era il primo che sentivo lo­dare Esquel, ma avendo visto un po' di Jacobacci capivo il perché. In Massachusetts, gli abitanti di Belchertown hanno sempre una buona pa­rola per Holyoke. Aveva riempito una piccola tazza di foglie di mate (che vengono da un albero sempre verde, l'Ilex) e ci infilò una cannuc­cia d'argento. La tazza era d'osso, il corno di una mucca con una rozza scritta ornamentale.

Disse: «A Esquel ci sono tante cose da fare. Ci sono alberghi, ri­storanti, grandi fattorie. A un'ottantina di miglia dalla città troverà un bellissimo parco, con alberi, erba, tutto quanto. Eh sì, Esquel è un bel posto».

Versò acqua bollente sulle foglie e mi passò la tazza.
«Le piace?»
«Molto buono. Mi piace il mate.» Ci aveva messo troppo zucchero, e il sapore era disgustoso.
«Intendo dire la tazza.»
La guardai.
«Un corno di mucca», disse. «E del Paraguay.»
Lo dicevano anche i graffi incisi sopra. Dissi che l'ammiravo.
«È stato in Paraguay?»
Alzò le spalle. «C'è stata mia moglie. Suo fratello abita là. C'è an­data l'anno scorso.» Fece un largo sorriso. «In aereo.»
Annuiva e preparava un altra tazza di tè. Gli feci domande su Jaco­bacci, sul treno, sulla Patagonia. Le sue risposte non erano interessanti. Voleva parlare di soldi. Quanto era costata la mia valigia? Quanto veni­va una casa negli Stati Uniti? Quanto guadagnavo? Quanto costava un'automobile nuova? A titolo d'informazione gli dissi anche quanto costava una bistecca da mezzo chilo in Massachusetts, e lui rimase sen­za fiato. Smise di lamentarsi e prese a vantarsi del prezzo della lombata di manzo.

Magari avesse detto Vuoi sentire una storia strana? Era già vecchio abbastanza da poter conoscere storie interessanti. Ma era mezzo addor­mentato, faceva freddo, ed erano quasi le tre del mattino. Così lo lasciai solo e uscii. Camminai lungo i binari, allontanandomi dalle luci della stazione. Il vento raspava fra i rovi come sabbia su un piano inclinato. L'aria odorava di polvere. Sopra i cespugli, la luna risplendeva di un co­lore blu sulla monotonia gibbosa della Patagonia.

Sentii un ringhio. Trenta metri più in là c'era una capanna bassa e nera, e probabilmente i miei passi sulla ghiaia dei binari avevano sve­gliato il cane. Cominciò ad abbaiare. Il suo abbaiare svegliò un cane più vicino, che prese a latrare in modo forte e acuto. Non sono mai riuscito a superare la paura di essere morso da un cane, che risale alla mia in­fanzia; un cane grande che abbaia mi pietrifica. Nei miei incubi peggio­ri ci sono cani lupo irlandesi con le fauci schiumanti. Di solito i cani ag­gressivi appartengono ad anziani, a donne attraenti, a omjni brutti, e a coppie senza figli. Non le fa niente, dicono queste persone, godendo del mio terrore, e io vorrei rispondere, Può darsi, ma forse gli farò qualcosa io. In Sud America, si sa, molti cani hanno la rabbia. Non sono i cani randagi rannicchiati per la paura che ho visto a Ceylon e in Birmania, ma creature più floride, con zanne acuminate, simili a lupi, che vengo­no incitate dai nativi. Nei villaggi indi del Perù e della Bolivia c'erano sempre cani, che sembravano molto più vigili degli indios stessi. Quegli stupidi animali si mettevano a rincorrere il treno. Avevo paura di pren­dere la rabbia. «La cura è peggiore della malattia.» Non era una paura irrazionale, avevo letto avvisi sul pericolo costituito dai cani impazziti.

Un cane, più piccolo di quel che il suo verso faceva pensare - era grande più o meno come una borsa - s'infilò fra i rovi e corse verso i bi nari. Si acquattava e ringhiava, chiamando l'altro. Mi misi le mani in la sca e cominciai a camminare all'indietro. Diedi un'occhiata alle mie spalle, verso la stazione illuminata - ero stato stupido ad allontanarmi così. Ora i cani erano tutti e due sui binari e si avvicinavano, ma con ci i cospezione; si spingevano in avanti, abbaiavano forte e si tenevano bas si. Guardai se c'era un bastone per picchiarli (se li avessi colpiti sa ivi ) bero stati presi da una furia omicida o sarebbero scappati via?), ma quc sto era il deserto. A parte qualche pioppo alla stazione, non c'era un al bero per centinaia di miglia. Avrei voluto correre, ma sapevo che lo avrebbero inteso come segno di codardia, e si sarebbero avventati su di me. Continuai a camminare all'indietro, tenendoli d'occhio e teme-min li troppo per poterli odiare. Quando fui più vicino alla stazione, i piop pi mi diedero speranza - perlomeno potevo arrampicarmici su, o mrl termi in salvo. C'era anche la luce, e i cani ne sembravano preoccupili i, Si tennero all'ombra, saettando fra i vagoni, e quando videro clic ito hi salvo sulla banchina presero a rincorrersi a vicenda. Erano piccoli, sin pidi, patetici e zoppi; dalla mia posizione sicura li odiai.

Il capostazione aveva sentito il trambusto. Disse: «Non vada trop­po lontano. Ci sono molti cani in giro».
Trascinai la valigia verso una panchina di legno. Avevo eliminato tutti i libri meno Boswell, che ora cominciai a rileggere. Avevo le mani fredde. Misi via il libro, indossai un altro maglione, e mi sdraiai sulla panca con le mani in tasca, sotto il cartello 17 treno ti è amico. Fissai la lampadina e ringraziai il ciclo per non essere stato morso da un cane rabbioso.

Che fosse razionale o no, ne avevo paura. Ci sono parecchie soddi­sfazioni a viaggiare da soli, ma le paure sono altrettante. La peggiore è la più costante: è la paura di morire. È impossibile passare mesi a viag­giare da solo, arrivare in Patagonia e non sentirsi come uno che ha fat­to qualcosa di molto sciocco. Nelle ore fredde che precedono l'alba, in un posto tanto desolato, tutta l'idea sembra sconsiderata, un rischio inu­tile, completamente senza senso. Ero arrivato da solo, avevo quasi rag­giunto la mia destinazione, ma che significato aveva. Avevo voluto pas­sare un bel periodo, non avevo niente da dimostrare. Eppure ogni gior­no provo quella paura. Passare davanti a un incidente d'auto, leggere di un treno deragliato, vedere un carro funebre o un cimitero; star seduto in fondo a una corriera che devia bruscamente, o notare un'uscita di si­curezza serrata (nella maggior parte degli alberghi in cui dormivo, le uscite di sicurezza venivano chiuse con il lucchetto, di notte, per evita­re che entrassero ladri); scribacchiare una cartolina e accorgermi del­l'ambiguità della mia frase Questo è il mio ultimo viaggio - tutte queste situazioni facevano risuonare una solenne campana a morto in qualche angolo del cervello.

Avevo lasciato un luogo sicuro e avevo viaggiato fino ad arrivare a uno pericoloso. Il rischio era la morte, che sembrava ancor più immi­nente proprio perché, fino ad allora, non mi era successo niente di brut­to. Viaggiare da quelle parti, in quel modo, pareva andare alla ricerca di guai. Frane, aerei precipitati, cibi avvelenati, sommosse, scoppi, squali, colera, inondazioni, cani idrofobi; tutti eventi quotidiani in questa par­te del mondo, per evitarli ci voleva una vita magica. Sdraiato lì sulla pan­china, non mi congratulai con me stesso perché ero arrivato così lonta­no, a una passo dalla mia destinazione. Piuttosto, capivo la gente che aveva ridacchiato quando avevo raccontato dov'ero diretto. Avevano ra­gione a prendermi in giro; nel loro modo semplice avevano riconosciuto la futilità dell'idea. Nella giungla del Costa Rica, il signor Thornberry aveva detto: «Io so cosa voglio vedere, scimmie e pappagalli! Dove so­no?» In Patagonia c'erano i guanachi («I guanachi ti sputano addos­so!»), ma, francamente, valeva la pena rischiare la vita per vederne uno? O, per dirlo in un altro modo, valeva la pena di passare anche solo una notte, semi assiderato, su una panchina di legno di una stazione della Patagonia per sentire il trillo del celebre «uccello flauto»? Allora mi sembrò di no. Più tardi mi parve una storia così divertente che dimen­ticai la mia paura. Ma avevo fortuna. Durante quel viaggio mi era capi­tato spesso di guardare fuori dal finestrino di un treno e pensare: Che posto tremendo per morirci.

Mi preoccupava anche l'idea di perdere il passaporto o il biglietto di ritorno, o di essere derubato di tutti i soldi; di prendere l'epatite e do­ver passare due mesi nell'ospedale di una città spaventosa come Guaya-quil o Villazón. Erano paure che si basavano su informazioni. «Rischia-mo la vita tutti i giorni, anche solo attraversando la strada», dicono per­sone benintenzionate, per rassicurarci. Ma nelle Ande e nei paesi pri­mitivi si corrono rischi maggiori, e chi pensa il contrario è uno stupido.

Eppure ero contento, su quella panchina di Jacobacci, di essermi la sciato tutti gli altri alle spalle. Sebbene questa fosse una città con una via principale, una stazione ferroviaria, gente, cani e luci elettriche, era co sì vicina alla fine della terra da darmi la sensazione di essere un espio ratore solitario in una terra sconosciuta. Quell'illusione (che rimani1 un'illusione anche al Polo sud e alle sorgenti del Nilo) era una soddi sfazione sufficiente a spingermi oltre.
Mi appisolai, ma mi risvegliai per il freddo. Cercai di tenermi svc1 glio e di riscaldarmi. Feci altre tre passeggiate, stando alla larga dai ai ni. Si sentiva il canto di un gallo, ma l'alba non si faceva vedere, e il so­lo rumore era quello del vento, che premeva contro la stazione.

Ero arrivato a Ingeniero Jacobacci nell'oscurità, ed era ancora scu­ro quando salii sull'altro treno. Il capostazione mi diede dell'aliro le e mi disse che potevo salire in carrozza. Era effettivamente molto pimj« la, ne ero stato avvisato, e piena di polvere entrata dai finestrini. Mn per­lomeno avevo un posto a sedere. Alle cinque cominciarono a formurtl gruppi di persone. La cosa incredibile era che, a quell'ora, cVnmo |>d« renti e amici venuti a salutarli. Avevo notato quest'usanza in iniln hi Mo livia e l'Argentina, questi commiati con una gran quantità di I un i, ni ibracci e mani agitate in segno d'addio; nelle stazioni più grandi c'erano uomini che piangevano al momento della separazione dalle mogli e dai figli. Lo trovavo toccante, e in contrasto con la loro ridicola esaltazione della propria mascolinità.
Si senti un fischio, a vapore, come un piffero acuto. La campanella suonò. Gli amici dei passeggeri balzarono giù dal treno, altri passegge­ri salirono; poco prima delle sei ce ne andammo.

La luna splendeva nel ciclo blu. Non c'era il sole, e la terra intorno a Jacobacci era grigioazzurra e di un marrone pallido. Lasciammo la città prima che a oriente il ciclo cominciasse a rosseggiare. Ero conten­to di vedere le colline. Arrivando al buio, avevo immaginato che i din­torni fossero piatti come la zona che avevo visto al crepuscolo, quella landa desolata intorno al villaggio Ministero Ramos Mexia, dove ragaz-zini che vendevano uva saltellavano e cinguettavano nella polvere. Ma qui era diverso, e in ciclo non c'erano nuvole, quindi potevo sperare che la giornata sarebbe stata calda. Mangiai una mela e tirai fuori Boswell, e quando il sole spuntò mi addormentai tranquillamente.

Era un treno vecchio, e sebbene a questo punto avrei dovuto esse­re abituato alla stranezza delle ferrovie sudamericane, lo trovavo strano ugualmente. Dall'altra parte del corridoio era seduto un ragazzo, che mi guardava sbadigliare.

«Ha un nome questo treno?» chiesi. «Non capisco.»
«Il treno che ho preso per andare a Buenos Aires si chiama "Stella polare", e l'espresso per Bariloche ha il nome "Laghi del Sud". Quello per Mendoza si chiama "II Liberatore". Un nome così.»
Lui rise. «Questo treno è troppo insignificante per avere un nome. Il governo parla di eliminarlo.»
«Non è chiamato "La Freccia di Esquel", o qualcosa del genere?»
Scosse la testa.
«Oppure "Espresso della Patagonia?"»
«Vecchio Espresso della Patagonia», disse lui. «Ma i treni espressi dovrebbero essere molto veloci.»
«Non lo sono mai», dissi. «Sono stato su un espresso per Tucumàn che è arrivato con un giorno di ritardo. Ci ha messo sei ore per riparti­re da una stazione, su a Humahuaca.»
«Inondazioni», disse il ragazzo. «Pioggia. Ma qui non piove, e il treno è lento lo stesso. Sono queste colline. Vede, ci giriamo sempre intorno.»

Era vero. I colli e le valli della Patagonia, che agli inizi avevo ap­prezzato perché rappresentavano un cambiamento, e perché erano in­negabilmente belle, erano la causa della nostra lentezza. Su una linea retta questo viaggio sarebbe durato al massimo tre ore, ma il nostro ar­rivo a Esquel era previsto per le otto e mezza di sera; erano quasi quat­tordici ore. Più che colli veri e propri, i colli erano soufflé venuti male.

Era un treno a vapore, e per la prima volta da quando ero partito da casa avrei voluto avere una macchina fotografica, per farne una foto. Era un specie di matto samovar su ruote, con rattoppi di ferro sulla cal­daia, tubi che perdevano nella parte inferiore, valvole sgocciolanti e go­miti di metallo che lanciavano getti di vapore ai lati. Andava a petrolio, quindi non gettava fumo nero, ma aveva problemi ai bronchi, ansimava e soffocava su per i pendii e sbuffava stranamente giù per le chine, quando pareva fuori controllo. Era a scartamento ridotto, e le piccole carrozze erano di legno. La prima classe non era più pulita della secon­da, anche se aveva gli schienali più alti. Tutto il congegno scricchiolava, e quando andava veloce, il che succedeva raramente, faceva un tale fra­casso di attacchi che cozzavano, finestre che sbatacchiavano e legno che gemeva che avevo l'impressione che stesse per scoppiare in mille pezzi, in un'esplosione di schegge che sarebbero cadute in uno dei burroni secchi lungo la ferrovia.

Il paesaggio aveva un aspetto preistorico, come gli sfondi dipinti dei musei che espongono scheletri di dinosauri: colli e gole, semplici e terribili; rovi e rocce; e tutto era levigato dal vento, come spogliato da una grande inondazione che avesse lavato via qualsiasi fisionomia palli colare. Il vento continuava a plasmare, impedendo agli alberi di cresci' re, spingendo la terra verso ovest, scoprendo altra roccia e perfino sni dicando i brutti cespugli.

Sul treno, la gente non guardava dal finestrino, eccetto alle sta/io ni, e anche lì solo per comprare uva o pane. Uno dei vantaggi del viag gio in treno è che sai dove ti trovi semplicemente guardando dal line strino. Non è necessario alcun cartello. Un colle, un fiume, un prato, tutti punti di riferimento che dicono fino a dove si è arrivati. Ma qiii-sto luogo non aveva punti di riferimento, o meglio era fatto tutto di punii di riferimento, indistinguibili uno dall'altro; migliala di colli e di lei i i di fiume asciutti, e miliardi di cespugli, tutti uguali. Dormicchiavo e mi ri­svegliavo, le ore passavano, lo scenario fuori dal finestrino non mutava. Le stazioni erano interscambiabili; un capannone, una piattaforma di cemento, uomini che fissavano, ragazzi con cesti, i cani, i furgoni am­maccati.

Guardai se c'erano dei guanachi, non avevo niente di meglio da fa­re. Non ce n'erano. Ma c'erano altri animali, uccelli di tutti i tipi, pic­coli e cinguettanti, passeri e rondoni, falchi scuri e sparvieri. La Pata­gonia è senz'altro, perlomeno, un luogo protetto per gli uccelli. Qui si vedevano anche gufi e, più vicino alle Ande, grandi aquile; nell'estremo sud c'erano albatri di dimensioni enormi. La bruttezza del paesaggio permaneva senza interruzioni, e non sentivo alcun desiderio di muover­mi dal treno. «Anche qui siamo grati al treno, come a un dio che ci con­duce rapidamente attraverso queste ombre, con tanti pericoli nascosti», scrive Robert Louis Stevenson. «Con tanta agilità sfioriamo queste ter­re orribili; come il gabbiano, che vola sicuro attraverso l'uragano e oltre lo squalo.»

Il tipo dall'altro lato del corridoio stava dormendo. Guardai lui e gli altri passeggeri, e fui colpito dalla loro somiglianzà con me. Già agli ini­zi del viaggio avevo constatato che come viaggiatore ero poco credibile; non avevo né carte di credito né zaino, e non ero vestito così bene da poter essere un turista in una gita di dieci giorni fra rovine e cattedrali. Non ero neanche tanto sporco ed esausto da essere un vagabondo. La gente mi chiedeva che cosa facevo, e quando dicevo che ero un profes­sore di geografia («Le vacanze di Pasqua!») mi guardavano dubbiosi. Accennavo a mia moglie e ai miei figli, ma perché io ero lì e loro da un'altra parte? Non avevo una risposta pronta. I turisti mi considerava­no uno che ricadeva nel peccato, i giramondo parevano pensare che fos­si un intruso, e i nativi non mi capivano. Era difficile convincere chiun­que che non avevo motivi nascosti, non ero in fuga, non ero un truffa­tore professionale, un uomo con un piano. Il peggio era che avevo un piano, ma non desideravo rivelarlo. Se avessi detto a Thornberry, a Wolfgang, alla donna di Veracruz, o a Bert e Elvera Howie che ero uno scrittore, si sarebbero dati alla fuga oppure, per usare un'espressione di Bert Howie, «mi avrebbero riempito le orecchie di stronzate».

Ma in questo treno, il Vecchio Espresso della Patagonia, ero simile a tutti gli altri; poco rasato, discretamente presentabile, con una valigia ammaccata, un aspetto vagamente europeo, i baffi pendenti, le scarpe impermeabili consumate.Era un sollievo, finalmente ero anonimo. Ma che strano posto in cui essere anonimo. M'intonavo con il primo piano, ma che sfondo! Era stupefacente, appartenevo a quel treno.

Il ragazzo si svegliò.
«Quanto c'è per Norquinco?» chiese.
«Non lo so», dissi. «A me sembrano tutte uguali.»
L'uomo dietro di me disse: «Circa due ore».
Non indicò il finestrino, guardò l'orologio. Il paesaggio non era di nessun aiuto per stabilire dov'eravamo.
Il ragazzo si chiamava Renaldo. Il suo cognome era Davies, era gal­lese. Questa parte della Patagonia era piena di Jones, Williams, Powell e Pritchard, famiglie del Galles che erano migrate lungo l'altopiano, ar­rivando da Rawson, Trelew e da Puerto Madryn, con l'intenzione di fondare una nuova colonia gallese. E gente risoluta, indipendente e ri­servata, non i tipi canterini e sognatori a cui si associa il Galles, ma tut­ta un'altra specie, frequentatori di chiese, allevatori di pecore, tenace­mente protestanti, con forti sentimenti per una patria che non hanno mai visto e per una lingua che parlano in pochi. (Un classico della lette­ratura gallese s'intitola Dringo'r Andes, «Salendo sulle Ande», scritto dalla gallese Eluned Morgan, che nacque nel golfo di Biscaglia durante la grande emigrazione). Renaldo voleva parlare in inglese, ma lo faceva in modo per me inintelligibile, così parlammo in spagnolo.
«Ho imparato l'inglese in una nave mercantile», disse. «Non è un buon posto per impararlo.»
Era stato sulla nave per due anni, e adesso stava tornando a casa.
«Se sei stato su una nave», dissi, «devi essere stato a Boston.»
«No», disse. «Ma sono stato in tutta l'America. In tutto il conii nente.»
«New York?»
«No.»
«New Orleans?»
«No.» Ora era perplesso. «America, non gli Stati Uniti.»
«Sud America?»
«Giusto, tutta quanta. In tutta l'America», disse. «E in Asia: Sloga pore, Hong Kong; e Bombay. E in Africa: Durban, Città del ( iapo, l'ori Elizabeth. Sono stato dappertutto.»

La nave in cui si era imbarcato era peruviana, ma l'equipaggio era composto principalmente da cinesi e indiani - «gli altri indiani, diversi dai nostri. Mi piacevano, più o meno. Parlavano, giocavamo a carte. Ma i cinesi! Li odiavo! Ti guardano e non dicono niente. Se vogliono qual­cosa», fece il gesto di afferrare, «lo acciuffano; acciuffano e basta.»

Gli chiesi che impressione aveva avuto del Sud Africa. La sua ri­sposta mi sorprese.
«Il Sud Africa è un cattivissimo posto», disse. «È molto bello, ma la società è crudele. Non ci crederai, ma dappertutto ci sono cartelli che dicono "Solo per bianchi." Taxi, autobus, negozi, "Solo per bianchi." I bianchi vanno da una parte, i neri dall'altra. Strano, no? E la maggior parte della gente è nera!» Lo raccontava più con stupore che con indi­gnazione, ma aggiunse che non l'approvava.
Perché no? chiesi.
«Non va bene. "Solo per bianchi", "Solo per neri"», disse. «È un sistema stupido. Dimostra che hanno grossi problemi.»
Trovavo incoraggiante che un abitante della Patagonia privo di cultu­ra potesse dimostrare tanto discernimento. Dissi. «La penso così anch'io.»
Disse: «Passerei più volentieri la mia vita a Barranquilla che a Dur­ban. E Barranquilla è veramente orrenda».
«È vero», dissi. «Sono stato a Barranquilla, e l'ho detestata.»
«Non è un letamaio? Un posto veramente brutto.»
«Quando sono stato lì c'erano le elezioni.»
«Hanno le elezioni? Bah», disse lui. «Lì non c'è niente del tutto!»
Pensando a Barranquilla ridacchiava. Guardai dietro di lui, le colli­ne che sembravano dune, i cespugli bassi, il sole accecante, gli sbuffi di polvere lanciati in aria dal treno. Lontano c'era un condor che volava in cerchio; i condor non battono le ali. Il disgusto di quel ragazzo della Pa­tagonia per Barranquilla era un'avversione per la lenta decomposizione, per la muffa e gli insetti. Qui non marciva niente. Un essere morto di­ventava velocemente una carcassa secca; si raggrinziva ed era presto so­lo ossa. Non c'era umidità, niente di stagnante. Era la pulizia del descT to, la rapida distruzione provocata dal sole e dall'aridità; era un tc'rriio rio selvaggio e disidratato, un fossile sul fianco del pianeta. Qui i-raiio sopravvissute poche creature, ma quelle erano praticamente iiidistniiii bili.

«Così hai visto il mondo», dissi. «Ma perché torni a casa.'»
«Perché ho visto il mondo», disse. «Da nessuna parte è come qui. Troverò un lavoro, magari a costruire case o a riparare motori. A Nor-quinco o a Esquel.»
«Io sto andando a Esquel», dissi.
«Si fa prima prendendo la corriera da Bariloche.»
«Volevo prendere l'Espresso della Patagonia», dissi.
«Questo vecchio treno!»
Quando arrivammo a Norquinco e lui tirò la valigia verso la porta, dissi: «La regina d'Inghilterra - sai chi voglio dire?»
«La regina Elisabetta? Che cosa c'è?»
«Ha una fattoria proprio fuori Esquel. Molto bella, con una quan­tità di bestiame.»
Trascorsi quel pomeriggio sul treno come avevo trascorso pomerig­gi su treni per tutto il percorso attraverso le Americhe. Ricordai perso­ne che erano state crudeli con me; provai osservazioni taglienti che avrei dovuto pronunciare; revocai situazioni imbarazzanti della mia vita; ri­vissi mentalmente piccole vittorie e grandi sconfitte; immaginai d'esse­re sposato con qualcun'altra, di avere figli e di divorziare; mi elessi pre­sidente di una repubblica delle banane, e cercai di tener testa a una chiassosa opposizione; studiai medicina, mi misi a praticare ed eseguii operazioni complesse; raccontai una lunga storia umoristica davanti a un grande pubblico, ma alla fine il premio andò a qualcun altro. Morii, e la gente parlò di me a voce molto alta. Fu un tipico pomeriggio di viag­gio.

Avevo scelto come punto di riferimento sulla cartina il villaggio di Leleque, che però era ancora a ore di distanza. Il treno arrancava, rara­mente correva in linea retta, e ogni tanto si fermava - un urlo, la cam­panella, il fischio, l'abbaiare, e ripartivamo. Mi rendevo conto che il mio viaggio stava finendo, ma non ero triste quando mi veniva in mente che, dopo poche ore, forse al calare della notte, il treno mi avrebbe lasciato alla mia destinazione, e non ci sarebbe stato più nulla. Il pensiero cor­reva alla stazione di Esquel, all'aereo per Buenos Aires, all'arrivo a ca sa. Sì, all'aeroporto avrei preso un taxi, al diavolo i soldi. La mia di-si i nazione era vicina, ero impaziente.

Ma il paesaggio insegnava pazienza, cautela, tenacia. Per vederlo bi­sognava studiarlo, un'occhiata non diceva niente. La locomotiva sbulla va avanzando a fatica sulle strette rotaie, lungo il deserto; pareva si-m pre sul punto di tirare le cuoia, esplodendo in una pioggia di metallo e vapore, oppure grippandosi in una sequenza di singulti e bloccandosi lungo un pendio, per poi scivolare indietro nell'avvallamento e non muoversi più. Sembrava un miracolo che una locomotiva vecchia come questa potesse andare avanti, e cominciai a interpretare i suoi respiri an­santi come segni di energia, e non di debolezza.

Ma la locomotiva e il paesaggio non potevano tener desta l'atten­zione a lungo. Mi concentrai su Boswell, mangiai uva e sonnecchiai. Il sole era calato; a ovest le colline erano più alte, e il sole scivolava verso di loro. Il vento era più freddo. Ormai era evidente che non saremmo arrivati a Esquel prima del buio. Quando l'oscurità scese, lo fece nel modo improvviso della Patagonia, lesta come una tenda tirata giù, e riempì la notte di gelo. Nel silenzio del deserto si sentiva il suono del vento, e il treno che si affannava. Il treno fermava alle stazioni più pic­cole, prima di Esquel; la locomotiva tremava nel buio, e più in là il cic­lo era un immenso setaccio di stelle blu.

Erano passate le otto quando vidi le luci. Guardai se ce n'erano al­tre, ma non ne vidi. Questi posti non erano niente, pensai, finché non ci si era in cima. Non sapevo che eravamo in cima a Esquel. Mi ero aspet­tato di più - un'oasi, forse pioppi più alti, la vista di qualche bar acco­gliente, un ristorante affollato, una chiesa illuminata a giorno, qualcosa che desse significato al mio arrivo. Oppure qualcosa di meno, come una delle stazioni minuscole lungo la ferrovia; come Jacobacci, qualche ca­panna, dei cani, una campanella. Il treno si svuotò rapidamente.

Trovai un uomo con un berretto dall'aria ufficiale, e un distintivo delle ferrovie appuntato alla camicia. C'era un albergo lì vicino?
«Esquel è piena di alberghi», rispose. «Alcuni sono anche buoni.»
Gli chiesi di dirmene uno, e lui lo fece. Mi ci infilai subito e feci un bagno, freddo, non per mia scelta. Poi andai al ristorante.
«Che cosa beve? Vino rosso?»
«Sì», dissi.
«E che cosa mangia? Una bistecca?»
«Sì.»

Come sempre. Ma qui l'atmosfera era diversa, come in un saloon del west, con la gente che veniva in città per il fine settimana, le facce parevano di cuoio; si tenevano addosso le giacche di pelle anche nel ri­storante, un uomo stava dritto sulla sua sedia, con un libro in mano. I camerieri correvano avanti e indietro con i loro vassoi. Vidi un orologio a muro, un calendario, la fotografia di quella che probabilmente era una squadra di calcio locale, l'immagine di un santo.
Avevo pensato di fare una passeggiata, di cercare un bar. I muscoli mi facevano male per il viaggio, e volevo sgranchirmi. Ma stando lì se­duto mi appisolai. Mi risvegliai con uno scossone e chiesi il conto.

A letto, la sabbia e la ghiaia che erano fra le pagine di Boswell mi caddero sul petto. Lessi una frase, guardai la sabbia che scivolava, e nel gesto di toglierla mi addormentai.

L'idea iniziale era di arrivare a Esquel il giorno prima di Pasqua, e di svegliarmi la domenica per guardare l'alba. Ma la Pasqua era già pas­sata. Questa non era una data particolare, e io non mi svegliai all'ora che avevo in mente. Mi alzai e uscii. Era una giornata assolata e ventosa, co­me in tutti i giorni dell'anno, in quella parte della Patagonia.

Camminai fino alla stazione. La locomotiva che mi aveva portato a Esquel aveva un'aria derelitta, sul binario di raccordo, come se non do­vesse mettersi in moto mai più. Ma aveva forza per altri cent'anni, ne ero certo. Camminai oltre, passando davanti alle case di un piano e alle capanne di una stanza, fino ad arrivare dove la strada diventava un sen­tiero polveroso. C'era un pendio roccioso, qualche pecora, il resto era­no cespugli ed erbacce. Guardando attentamente si vedeva che i cespu­gli avevano piccoli fiori rosa e gialli. Il vento li scuoteva. Mi avvicinai. Tremavano, ma erano graziosi. Dietro di me c'era un gran deserto.

Era questo il paradosso della Patagonia; star qui spingeva a di­ventare un miniaturista, oppure a interessarsi a enormi spazi vuoti. Non c'era un campo di studio intermedio; o l'enormità dello spazio deserto o la vista di un fiore piccolissimo. Si doveva scegliere fra il minuscolo e l'immenso.

Il paradosso mi divertiva. L'arrivo non aveva importanza, era il viag­gio che contava. Avrei seguito il consiglio di Johnson. Agli inizi della sua carriera aveva tradotto il libro di un viaggiatore portoghese in Abissinia. Nella sua prefazione, Johnson scriveva: «Non ha cercato di divertire i lettori con assurdità immaginarie, o fantasticherie incredibili; che sia ve­ro o no, tutto quel che riferisce è perlomeno verosimile, e chi non rac­conta nulla che ecceda i confini della verosimiglianza ha il diritto di pre tendere che chi non lo può contraddire gli creda».

Le pecore mi videro. Le più giovani si misero a scalciare. Quando guardai di nuovo nella loro dirczione se ne erano andate, e io ero una formica in un formicaio sconosciuto. In quello spazio era impossibile accertare le dimensioni delle cose. Non c'erano sentieri fra i cespugli, ma potevo guardarli dall'alto, guardare l'oceano di spine che in distan­za sembrava così mite, da vicino così crudele, e in primo piano come mazzi di fiori malriusciti. Era tutto perfettamente calmo, e senza odori.
Sapevo di non essere da nessuna parte, ma la cosa più sorprenden­te era che dopo tutto quel tempo ero ancora nel mondo, in un punto in fondo alla carta geografica. Il paesaggio era scarno, ma dovevo ammet­tere che aveva lineamenti decifrabili, e che io c'ero dentro. Il suo aspet­to era una scoperta. Pensai che anche «da nessuna parte» era un luogo.

In basso la valle diventava profonda, di una roccia grigia che por­tava le strisce delle ere e le spaccature delle inondazioni. Più in là c'era una sequenza di colli, con le fenditure e i tagli fatti dal vento, che ora cantava nei cespugli. I cespugli si scuotevano al canto, poi s'irrigidivano silenziosi. Il ciclo era di un azzurro terso. Una nuvola soffice, bianca co­me un fiore di cotogno, portava un po' di ombra dalla città, o dal Polo sud. La vidi avvicinarsi. Fluttuò sopra i cespugli e mi passò sulla testa; un attimo di freddo e poi andò sgualcendosi verso est. Qui non c'erano voci, c'era quello che vedevo. Sebbene più avanti ci fossero montagne, ghiacciai, albatri e indios, qui non c'era niente di cui parlare, nulla che mi trattenesse ancora. Solo il paradosso della Patagonia: lo spazio im­menso e i fiori minuscoli del cespuglio simile all'artemisia. Il nulla in sé, che per qualche intrepido viaggiatore segna l'inizio, per me era una con­clusione. Ero arrivato in Patagonia, e mi venne da ridere ricordando che ero partito da Boston, con il treno sotterraneo che la gente prendeva per andare a lavorare.
Paul Theroux
L'ultimo treno della Patagonia




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La Patagonia rappresentava anche la strada per tornare a casa

La Patagonia rappresentava anche la strada per tornare a casa. Avevo di­sdetto diverse prenotazioni di treni per poter trascorrere più tempo con Borges, ma ora smisi di procrastinare la partenza e feci dei chiari pro­getti per dirigermi a sud.

Avevo ancora qualche giorno a disposizione prima di lasciare Buenos Aires ma, essendo escluso dall'atmosfera d'in­timità della lunga vacanza pasquale, potevo solo girare per la città. Ora mi deprimevo. La malinconia che i nativi avevano temporaneamente di­sperso rientrò nella mia anima. Era in parte l'effetto de La Boca, il quar­tiere italiano vicino al porto; c'erano dei ragazzi che nuotavano nelle ac­que del porto oleose e maleodoranti, e vidi più artificio che fascino nel­le case e nei ristoranti in stile siciliano; un po' era squallore affettato, il resto era vero sudiciume. Andai al cimitero Chacarita, perché sembrava che dovessero farlo tutti. Trovai la tomba di Perón e vidi delle donne che baciavano il suo bronzeo viso infido e dei garofani sistemati dietro la maniglia della porta del mausoleo («Fanatici!» esclamò un uomo che stava vicino a me. «È come il calcio», sussurrò sua moglie). Una notte, andando in macchina verso la periferia con Rolando, fummo fermati da un poliziotto in motocicletta che ci fece cenno di accostarci al lato del­la strada. Fu Rolando a parlare. Il poliziotto diceva che eravamo passa­ti col rosso.

Rolando insisteva che il semaforo era verde. Alla fine il po­liziotto gli diede ragione: il semaforo era verde. «Ma è la vostra parola contro la mia», disse con una voce leggermente intimidatoria. «Volete rimanere qui tutta la notte o volete sistemare la cosa ora?» Rolando gli diede il valore di circa sette dollari in pesos. Il poliziotto ci salutò e ci augurò buona Pasqua.


«Me ne vado», dissi a Rolando.
«Non ti piace Buenos Aires?»
«Sì che mi piace», risposi. «Ma voglio andarmene prima di dover cambiare idea.»


Ci volle un'ora perché l'espresso dei Laghi del Sud si districasse dalla città. Eravamo partiti alle cinque di un pomeriggio soleggiato, ma quando iniziammo a prendere velocità in mezzo alla pampa, un fresco, immenso pascolo, stava facendo già buio. Poi il riverbero del tramonto sparì e nel crepuscolo l'erba si fece grigia, gli alberi divennero neri; al cune vacche erano così immobili da sembrare macigni e in un campo ne risaltavano cinque, bianche, luminose come panni stesi.

Percorrevamo la ferrovia General Roca, che era stata recentemente bombardata; era una linea facile da bombardare. Correva attraverso le province de La Pampa e Rio Negro, poi lungo una prateria vuota e de­serta e il grande altopiano della Patagonia. Non ci voleva una grande abilità a far saltare in aria i treni in questi luoghi scarsamente abitati, Chiunque poteva fare il terrorista qui. Ma l'addetto alla carrozza letti rnj, disse che non c'era nulla di cui preoccuparsi. Per qualche ragione, i lcf« roristi preferivano i treni merci, forse così si riusciva a fare più danni; i" questo era un treno solo per passeggeri. «Si rilassi», disse. «Si meltfl suo agio. Lasci a noi le preoccupazioni, fanno parte del nostro lavorco.

La carrozza letti aveva una forma insolita. Era vecchia e di legno, i pannelli di legno degli interni erano di mogano scuro, molto lunga, e nel mezzo c'era una saletta, con sedie imbottite e tavoli da gioco. I passeggeri, per la maggior piuttosto anziani, si riunivano a parlare del freddo che fa in quelle parti. Io avevo un biglietto di prima classe. Rimanevo nel mio scompartimento, scrivevo di Buenos Aires e di Borges.

La prima sera, a cena - vino, due insalate, la bistecca d'ordini era seduto al mio tavolo un tipo in uniforme militare. Univamo i commensali nella carrozza ristorante, e per risparmiare al cimivi correre per tutta la carrozza per servirci ci eravamo messi un soldato, era giovane. Gli chiesi dove stesse andando.

«A Comodoro Rivadavia», disse, «un brutto posto.»
«Quindi anche lei sta andando in Patagonia.»
«Non ho altra scelta», disse, dando uno strattone all'unilopf no militare di leva.»
«Deve fare il militare per forza?»
«Tutti lo devono fare, per un anno.»

«Potrebbe andare peggio», dissi. «Non siete in guerra.» «Non c'è una guerra, ma c'è un problema con il Cile, sul Canale di Beagle. Proprio quest'anno! E un brutto anno per fare il servizio mili­tare. Potrei essere costretto a combattere.»
«Capisco. Non vuole combattere contro i cileni?» «Non voglio combattere contro nessuno. Voglio rimanere a Buenos Aires. Che cosa ne pensa? Bella, eh? Belle ragazze, vero?» «Che esercito ha il Cile?»


«Non un granché, non molto grande. Ma la marina cilena è grande, hanno navi, barche, cannoni, tutto. Non sono preoccupato per l'eserci­to, è la marina che mi spaventa. Dove sta andando lei?» «Esquel», dissi. Fece un grugnito. «Perche?» «Ci va il treno.»
«Il treno va anche a Barilochc. Là dovrebbe andare. Montagne, la­ghi, neve, belle case. È come la Svizzera o l'Austria.» «In Svizzera e in Austria ci sono già stato.» «La neve è fantastica.»
«Sono venuto in Sud America per sfuggire alla neve. Nel posto da dove vengo era alta tre metri.»
«Quel che intendo dire è che Esquel è appena graziosa, e Bariloche è fantastica.»
«Forse seguirò il suo consiglio e andrò a Bariloche, dopo Esquel.» «Dimentichi Esquel e tutta la Patagonia, sono brutte. Glielo dico
io, è meglio stare a Buenos Aires.»

Quindi persino qui, ormai a breve distanza dalla cittadina che
avevo segnato sulla mia mappa a Boston, stavano cercando di scorag-|giarmi.
Sentendo il gracidare delle rane quella notte, mi sporsi dal finestri­no e vidi le lucciole. Dormii male, il vino mi diede l'insonnia (era que­lita la ragione per cui gli argentini lo diluivano sempre con l'acqua?), ma lui confortato dal grande disco arancione della luna. Verso l'alba co-Ittinciai ad assopirmi; mentre passavamo da Bahia Bianca, che avrei vo­lito vedere, stavo dormendo, e non mi svegliai finché non iniziammo a ncrociare il rio Colorado. Alcune persone lo considerano la frontiera on la Patagonia, e in verità non c'era niente da vedere dopo che raggiungemmo l'altra riva. Il nulla, mi avevano detto, era la caratteristica prevalente della Patagonia. Ma la prateria si frappose, e con essa l'erba, il bestiame, il ciclo. E faceva fresco. Le città erano piccole, grappoli di fattorie dal tetto piatto che si rimpicciolivano fino a diventare macchio-line, mentre il treno procedeva.

Appena dopo le undici, quella mattina, arrivammo alla città di Car men de Patagones, sulla riva settentrionale del Rio Negro. Dall'ai trii parte del ponte c'era Viedma. Fu questo fiume che considerai la vera li nea divisoria fra la parte fertile dell'Argentina e il polveroso altopiano della Patagonia. Hudson inizia il suo libro sulla Patagonia con una desscrizione di quella valle fluviale. L'imprecisione del suo nome ricordava tutti i paesaggi mal nominati che avevo visto in Messico. «Il fiume era chiamato impropriamente dagli aborigeni Cusar-leofù, o Fiume Negro(dice Hudson, a meno che l'epiteto non si riferisse solamente alla sua rapidità e al suo carattere pericoloso; perché non è affatto nero ... L'acqua, che scorre dalle Ande attraversando un continente pietroso! ghiaioso, è meravigliosamente pura, di un color verde-mare chiaro.»

Rimanemmo sulla riva nord, in una stazione su una sponda alta. In uni pannone una donna vendeva grandi quantità di mele dal colore rolIQj vo, cinque alla volta. Sembrava il tipo vivace d'imprenditrice che I de nelle giornate d'autunno nelle città di campagna del Vermont! CI raccolti in una crocchia, guance rosee, maglione marrone e non sante. Comprai alcune mele e le chiesi se fossero della l'atan se, erano cresciute proprio lì. E poi aggiunse, «Che bella è vero?»

C'era il sole, con un'ostinata brezza. Ci fu un ritardo di circa un'ora, ma non mi fece effetti, più accumulavamo ritardo meglio era, poiché il mìo percorso prevedeva di scendere dal treno a Jacobacci alla spiacevole 0 e trenta del mattino. La coincidenza per Esquel non partiva del mattino, quindi non mi importava molto dell'ora in cui arrivasi a Jacobacci.

L'esperienza mi parve sorprendente, anche dopo così tante altre simili nel Sud America: sull'altra riva entrammo in una terra diversa. Il suolo era di sabbia e ghiaia, non c'era ombra, la terra era marrone. A Carmen de Pata­gones avevamo incontrato mandrie al pascolo e pioppi, e l'erba era verde. Ma non dopo Viedma non c'era più erba. C'erano boscaglia e polvere, e all'improvviso si alzarono all'orizzonte dei mulinelli di sabbia.

Mentre ero nella carrozza ristorante per il pranzo un venditore di oggetti in plastica, diretto all'insediamento gallese di Trelew, battè con­trariato una mano contro il finestrino e disse: «Prima di arrivare a Jaco­bacci c'è ancora un sacco di questa roba».

All'inizio la si può scambiare per una zona fertile. All'orizzonte c'è una striscia di verde pieno, senza interruzioni, con protuberanze di ce­spugli. Alla media distanza è di un giallo verdeggiante, poi impallidisce in una zona con più protuberanze e chiazze di marrone. Da vicino, in primo piano, si scopre l'illusione: sono cespugli sparsi, piccoli e spinosi che creano l'illusione del verde; sono queste cose piccole, fragili e aride che coprono tutta la pianura. I cespugli spinosi spingono le loro radici nella polvere e gli altri cespugli, del colore dei licheni, hanno quasi l'a­spetto di funghi. Non ci sono nemmeno erbacce sul terreno, solamente questi cespugli, che potrebbero benissimo essere morti. Gli uccelli vo­lano troppo alti perché si capisca di che specie siano. Non ci sono in­setti, non ci sono odori.

E questo era solo l'inizio della Patagonia. Stavamo ancora proce­dendo lungo la costa, intorno al Golfo di San Matias. Ci si rendeva dif­ficilmente conto che il mare era molto vicino, ma a metà pomeriggio ap­parve ciò che inizialmente sembrava un lago, poi diventò più grande e più blu e infine si rivelò essere l'oceano Atlantico. La terra continuava ;. a essere coperta di boscaglia, le antiche onde d'acqua salata avevano re-li so il suolo più desolato, avvelenandolo.

Passavamo attraverso i villaggi; erano segnati come città sulla carti­na, ma in realtà non erano degni di questa qualifica. Che cos'erano? Sei edifici piatti, battuti dalle intemperie, e tre di essi erano latrine; quattro liberi con ampio spiazzo in mezzo, un cane zoppo, qualche pollo; il ven-i soffiava così forte che un paio di calzoni da donna sventolavano oriz-antalmente su un filo da bucato. Talvolta, in mezzo del deserto, c'era-SO case solitàrie costruite con blocchi di fango o mattoni polverosi. Era-tlo un enigma; avevano la rigidità di certi disegni. Che cosa racchiudeva la palizzata con paletti di rami e bastoni? A che cosa sbarrava il passo? Comunque non aiutava a capire lo scopo di tali capanne.

Arrivammo a San Antonio Oeste, una cittadina sulle acque blu del golfo di San Matias, con l'aspetto di un'oasi. Circa quaranta persone scesero dal treno, perché prendevano la corriera per raggiungere le città che si trovavano più in basso sulla costa della Patagonia, Comodoro e Puerto Madryn. Vedendo che eravamo fermi, scesi e passeggiai su e giù nel vento.
Il cameriere si sporse dal finestrino della carrozza ristorante.
«Dove è diretto?» «A Esquel.» «No!»
«Passando da Jacobacci.»
«No! Quel treno è grande così!» E fece un gesto con le dita per in­dicare una cosa piccolissima.

Negli Stati Uniti e in Messico avevo evitato di dire alle persone do­ve stavo andando, non pensavo che ci avrebbero creduto. Poi, in Sud America, avevo menzionato la Patagonia: la notizia veniva recepita con cortesia. Ma qui, più mi avvicinavo a Esquel, più distante la lacevtuv*" sembrare, e ora mi sembrava più lontana che mai. Capii il senso delle U ro reazioni: nessuno finiva un viaggio in un posto del genere, Ksquel ff un posto dove i viaggi iniziavano. Ma sapevo che non volevo scrivcfG i una permanenza in un posto, per farlo ci voleva l'abilità ili un mini?" rista. Ero più interessato all'andare e al tornare, alla poesia delle • tenze. Ero arrivato qui salendo su un treno metropolitano pieno di | dolari di Boston, che avevano lasciato me e il treno ed ciano une1'" lavoro. Ero rimasto su quel treno e ora ero a San Antonio ( )i provincia patagone del Rio Negro. Il viaggio era stato una si iddii ne, stare in quella stazione era una noia.


Era straordinario quanto fosse vuoto questo posto. Borges lo aveva chiamato tetro, ma non lo era. Era al malapena qualco­sa. Non c'era abbastanza sostanza in esso perché comunicasse una sen­sazione. Un deserto è una tela vuota; sei tu a dargli caratteristiche e sen­sazioni, sei tu a lavorare per creare il miraggio e farlo vivere. Ma io ero indifferente; il deserto era deserto, vuoto quanto me in quel momento. Della polvere fine entrava dal finestrino e fluttuava nel corridoio, accumulandosi nella saletta al centro della carrozza letti. C'erano degli uomini nella saletta, ma quelli vicino alla parete della carrozza erano re­si quasi invisibili dalla polvere, ed erano a circa due metri da me. La pol­vere non mi aveva mai dato molto fastidio, ma questa la trovai difficile da sopportare. Si infiltrava attraverso gli stipiti delle porte e le crepe nel­l'intelaiatura dei finestrini e si sollevava nella carrozza.

Ci furono delle sorprese. Avevo già rinunciato a ogni speranza di vedere una pianta qualsiasi che crescesse in Patagonia quando, nella città di Valcheta, vidi dei pioppi che circondavano un vigneto - un vi­gneto qui nella terra desolata; e alberi di mele. Il fiumiciattolo di Val-cheta spiegava il miracolo - scorreva da sud, dal tavolato vulcanico del­l'altopiano. Valcheta era un villaggio, ed era chiaro che anche i villaggi più a est erano nati presso quel fiume. Erano stati fondati dove si pote­vano scavare dei pozzi.

Ero sceso dal treno a ogni fermata, semplicemente per poter pren­dere una boccata d'aria. Ma mentre il giorno si consumava, faceva sem­pre più fresco, e ora faceva quasi freddo. I passeggeri fecero dei com­menti sul freddo; erano abituati all'aria pesante di Buenos Aires. Rima­nevano ben coperti nel salottino polveroso, alcuni con dei fazzoletti sul­la bocca, chiacchierando.
«Com'è il tempo a Bariloche?»
«Piovoso - molto piovoso.»
«Oh, signore, non dice la verità! Lei è cattivo!»
«E va bene, fa bel tempo.»
«Lo so. Bariloche è graziosa. E saremo là martedì mattina!» Avevano delle macchine fotografiche. Quasi mi misi a ridere rumo­rosamente all'idea che qualcuno si portasse dietro una macchina foto­grafica per via delle vedute. Che idea! Quando si vedeva qualcosa di in­solito nel paesaggio, ci si rendeva conto che era un ammasso di fango, cui la brezza aveva dato una forma. Il sole verso le sette era luminoso e basso, e per pochi minuti i miseri, striminziti cespugli spinosi, illumina­ti in modo stupendo, gettarono lunghe ombre sul deserto. In lontanan­za si vedevano scavi ed eruzioni e il paesaggio divenne familiare. Era il paesaggio marrone ed eroso che si vede nelle illustrazioni sul retro del le bibbie scolastiche. «Palestina», dice la didascalia, o «La Terra Santa», e si vedono polvere, cespugli sbiancati, ciclo blu, ghiaia.
A cena quella sera fui raggiunto da una giovane coppia che era re centemente stata in Brasile. Venivano da Buenos Aires e immaginai che fossero in viaggio di nozze. Era il tramonto, il ciclo di un blu luminoso, la luna di un giallo luminoso, il paesaggio nero; ed eravamo appena ar rivati alla stazione spazzata dal vento di Ministero Ramos Mexia, clic non era segnata sulla cartina. La donna stava parlando: in Brasile ttl mangiavano colazioni abbondanti, c'era un sacco di gente nera, era lut­to così caro. Fuori dal finestrino, sulla banchina di Ministero, ilei i'H« gazzi vendevano noccioline e uva.
Il sole se n'era andato. All'improvviso si fece freddo, tutto divenni molto scuro, e le persone vicine al treno si avviarono verso le luci Ifl* tense appese ai pali della stazione. Si spostavano dall'oscurità e si si ' "! mavano vicino alla luce come falene.
La nostra polverosa carrozza ristorante sembrava lussuosa a pi gone di quella remota stazione. La giovane coppia - un momento pfll aveva parlato della povertà in Brasile - si imbarazzò.
Di fuori, un ragazzo cantava: «Uva! Uva! Uva!» sollevando il C
no verso il finestrino.
«Sono così poveri, qui», disse la signora. Il cameriere ci nvrvi pena servito bistecche, ma nessuno di noi aveva iniziato a mancia?!
«Sono dei dimenticati», disse il marito.
La gente sulla banchina della stazione stava ridendo e iiu qualcosa. Per un momento, pensai che avessero indovinalo In lini! colpa, ma la gente di Ministero sembrava semplicemente allenii II tf no proseguì, e noi attaccammo le nostre bistecche.
Quando la coppia tornò al suo scompartimento, il capotreno chie­se se poteva sedersi. «Naturalmente», risposi,e gli versai un bicchiere di vino.
«Volevo chiederle», disse. «Da chi ha avuto il suo biglietto gratui­to?».
Risposi: «Da un certo generale».
Non approfondì l'argomento. «L'Argentina è cara, vero? Indovini quanto guadagno.»

Un uomo di Buenos Aires mi aveva detto che lo stipendio medio in Argentina era di circa 50 £ al mese. Sembrava piuttosto basso, ma qui avevo la possibilità di verificare l'informazione. Tradussi 50 £ in pesos e dissi che pensavo che guadagnasse quella somma.
«Meno», disse il capotreno. «Molto meno.» Disse che guadagnava circa 40 £ al mese. «Quanto guadagnano negli Stati Uniti?»
Non ebbi il cuore di dirgli la verità. Decisi di alleggerire il colpo di­cendo che un capotreno guadagnava circa 50 £ la settimana.
«Lo pensavo», disse. «Vede? Molto più di noi.»
«Ma il cibo è caro negli Stati Uniti», dissi. «Qui invece è a buon prezzo.»
«Un po' meno costoso. Ma qualsiasi altra cosa è cara. Vuoi dei ve­stiti? Vuoi delle scarpe? Sono care. Si potrebbe pensare che solo l'Ar­gentina sia così. Ma no, lo è tutto il Sud America. Ci sono paesi che so­no ancora peggio di noi.»
Si versò un altro bicchiere del mio vino, vi mischiò un po' di soda e mormorò: Quando la gente verrà a vedere la Coppa del Mondo a lu­glio rimarrà molto sorpresa. Come lei, eh? «Che meravigliosa città civi­le, è questa!» Diranno così, poi vedranno quanto è caro e vorranno tor­narsene a casa!
«Le interessa il calcio?» chiesi.
«No», sbottò. Poi riflette un momento e disse molto lentamente, | «No. Odio il calcio. Non so esattamente il perché. In questo senso, so-! no una persona insolita. La maggior parte della gente va matta per il cal-j ciò. Ma vuole sapere che cosa mi infastidisce veramente?»
«Sì, prego.»

«È troppo sporco. È sleale. Guardi una partita di calcio e capirà. Si danno dei calci negli stinchi l'un con l'altro. Gli arbitri se ne fregano. Calci, calci; pugni, pugni. È stupido. È scorretto. La gente ama questo gioco per la sua violenza. Ama vedere la lotta, le caviglie che sanguina­no. Tracannò il vino. "A me? A me piace vedere l'abilità. Il tennis è uno sport pulito e sicuro, anche il basket è molto buono. Né lotte, né calci. L'arbitro segna i falli, tre infrazioni e si è fuori."»
Continuammo a parlare. Mi disse che lavorava nelle ferrovie da trentadue anni.

«E stato in Patagonia?» chiesi.
«Questa è la Patagonia.» Battè sul finestrino. Era buio fuori, ma hi polvere si riversava dalla fessura tra il davanzale e l'intelaiatura. Forse aveva voluto indicare quella polvere.
«Presumo che abbia lavorato per gli inglesi, allora.» «Ah, gli inglesi! Mi piacevano, anche se io sono tedesco.» «Lei è tedesco?» «Certo.»
Stava parlando al modo degli americani. Siamo inglesi, dicono al cuni cittadini di Charlottesville, in Virginia, riferendosi al fatto che i loro antenati abbandonarono le città minerarie sporche di fuliggine dello Yorkshire e fecero abbastanza soldi, allevando maiali, da ninni-zarsi a piccola nobiltà e tenere fuori gli ebrei dai club di caccili. A* mio liceo, un ragazzo spiegò che era bravo in algebra perché era albanese.
Un po' di questa cruda incertezza, questo maneggiare con i (> gree era evidente anche in Argentina. Il capotreno argentino mi dim suo cognome. Era tedesco. «Senta», disse, «il mio primo nomi' e ( Ht Naturalmente non parlava tedesco. Il signor D'Angelo e i suoi aifll gni dalle larghe facce nella carrozza ristorante non parlavano ilaliitnt signor Kovacs, il bigliettaio, non parlava ungherese. L'unico imrnip11 te che incontrai in Argentina con le radici intatte era un armi-nò, L* vo soprannominato fra me e me il signor Totalitario, perche credi dittatori. Aveva trovato una sua forma di contatto con le dillMtUf dossava un camiciotto da lavoro e un berretto blu e leggeva o^nl f il suo quotidiano armeno, pubblicato a Buenos Aires. AvevH ' l'Armenia sessant'anni prima.
Il capotreno, di nome Otto, disse: «Scende a Jacobnci ir1»
«Sì. A che ora arriviamo?»
«Alle due circa, domani mattina.»
«Che cosa posso fare a Jacobacci?»
«Aspettare», disse. «Il treno per Esquel non parte fino alle cinque e mezza.»
«Lei lo ha preso, vero?»
L'espressione di Otto diceva: Sta scherzando! Ma aveva un cuore te­nero ed ebbe la presenza di spirito di dire: «No, non ci sono carrozze letto su quel treno». Pensò un momento, sorseggiando il vino. «Non c'è molto su quel treno, sa. E piccolo.» Usò il diminutivo alla spagnola: «E piccolo piccolo. Ci mette molte ore. Ma vada pure a dormire. La sve-glierò io quando arriviamo».
Bevve l'ultimo sorso del suo vino e acqua di soda. Fece tintinnare i cubetti di ghiaccio nel suo bicchiere e li inghiottì. Poi si alzò e guardò fuori dal finestrino nero la nera Patagonia e la luna gialla che, essendo deformata dal vetro, era un esempio perfetto di luna gibbosa. Masticò il ghiaccio facendolo scricchiolare contro i molari. Quando non riuscii più a sopportare quel suono andai a letto. Perfino in Patagonia ci sono poche cose più corrosive per lo spirito umano di qualcuno in piedi die­tro di te a masticare cubetti di ghiaccio.
Paul Theroux
L'ultimo treno della Patagonia







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mercoledì 27 maggio 2009

Il turismo nella Patagonia argentina ha generato nuove attività economiche locali legate ai mestieri tradizionali

Le attività economiche principali sono caratterizzate dall'industria estrattiva, la caccia alla balena, l'allevamento del bestiame (principalmente della pecora), la produzione della frutta e del frumento (vicino alle Ande verso il Nord) e l'estrazione del petrolio, dopo la scoperta di giacimenti vicino a Comodoro Rivadavia nel 1907.

La produzione di energia è inoltre un settore cruciale dell'economia locale. Le ferrovie sono state progettate per collegare la Patagonia continentale dell'Argentina ed utilizzate per il trasporto del petrolio e dei prodotti derivati dall'estrazione mineraria, l'agricoltura e l'industria energetica. Una linea è stata sviluppata per il collegamento di San Carlos de Bariloche con Buenos Aires. Altre linee sono state costruite al sud, ma le uniche linee ancora in uso sono La Trochita ad Esquel ed il Treno per la fine del mondo ad Ushuaia, entrambe linee storiche, ed un Tren Histórico da San Carlos de Bariloche al Perito Moreno.

Tierra del Fuego (Argentina), 1942. L'attività primaria della regione era l'allevamento della pecora che subì un lento declino per via della richiesta sempre minore di lana e per le nuove attività di estrazione del petrolio e del gas naturale.

L'allevamento delle pecore fu introdotto alla fine del XIX secolo ed è stato l'attività economica principale. Dopo il raggiungimento di elevate quote di mercato durante la prima guerra mondiale, il declino della richiesta di lana nel mondo ha portato ed un forte ridimensionamento dell'allevamento delle pecore in Argentina.
Al giorno d'oggi circa la metà dei 15 milioni di pecore dell'Argentina sono allevate in Patagonia, una percentuale che sta aumentando mentre l'allevamento delle pecore diminuisce nella pampa (al Nord). Chubut (pricipalmente Merino) è al primo posto nella produzione di lana, mentre Santa Cruz (Corriedale ed in misura minore Merino) è al secondo posto. L'allevamento delle pecore ha avuto un nuovo sviluppo nel 2002 con la svalutazione del peso e l'aumento costante della domanda globale delle lane (da parte della Cina e dell'Unione Europea). Gli investimenti nei nuovi mattatoi sono ancora modesti (pricipalmente a Comodoro Rivadavia, Trelew e Rio Gallegos) e spesso ci sono limitazioni di carattere fitosanitario all'esportazione della carne di pecora. Le vaste valli in gamma della Cordigliera hanno fornito le terre di pascolo sufficienti. L'umidità bassa ed il clima della regione meridionale favoriscono l'aumento degli allevamenti di varietà Merino e Corriedale. L'allevamento comprende, anche se in minore quantità, bovini, maiali e cavalli. L'allevamento delle pecore garantisce piccole ma importanti opportunità di lavoro nelle zone rurali dove vi è poco altro.
La Trochita nella Provincia di Chubut. Era l'unico mezzo di trasporto rapido della provincia; ora La Trochita è diventata un'attrazione turistica.

Nella seconda metà del XX secolo, il turismo ha rappresentato la parte più importante dell'economia dell Patagonia. Originale e remota destinazione, la regione ha attratto crescenti schiere di viaggiatori e croceristi provenienti da destinazioni quali Capo Horn o da visite in Antartide, nonché numerosi viaggiatori alla ricerca dell'avventura. Le attrazioni turistiche principali includono il Perito Moreno, la penisola di Valdés, il parco nazionale del Torres del Paine, il distretto del Lago Argentino, Ushuaia e la Tierra del Fuego. Il turismo ha generato nuove attività economiche locali legate ai mestieri tradizionali quali l'artigianato dei Mapuche, il tessile con la lana del guanaco, la confetteria e le conserve. Con l'appoggio del governo cileno, l'azienda spagnola Endesa ha in progetto la costruzione di un certo numero di grandi dighe idroelettriche nella Patagonia cilena. Ciò ha suscitato inquietudini da parte di tante organizzazoni ambientaliste locali ed internazionali. Le prime dighe proposte sarebbero costruite sui fiumi di Pascua e Backer, ma la costruzione di dighe è inoltre stata proposta su altri fiumi, compreso il Futalefu, in Cile e sul fiume Santa Cruz in Argentina. La costruzione delle dighe avrà effetti di carattere ecologico e minacceranno la pesca, il turismo e gli interessi agricoli lungo il fiume. L'elettricità sarebbe trasportata da linee ad alta tensione (che saranno costruite da un'azienda canadese) per una lunghezza di circa 2000 km verso nord, in direzione delle zone di estrazione mineraria e delle industrie intorno a Santiago. Le linee attraverserebbero un certo numero di parchi nazionali, finora incontaminati, e di zone protette. Il governo cileno considera essenziale per sviluppo economico la disponibilità di fonti energetiche, mentre i contrari al progetto obiettano che questo distruggerà la crescente industria turistica della Patagonia. Nessuna prova è stata prodotta dall'esperienza di altre nazioni che la presenza di linee elettriche abbia interessato significativamente il turismo. Infatti, i contrari al programma hanno utilizzato i tabelloni per le affissioni pubblicitarie nel Cile affiggendo manifesti nei quali si sovrappongono le immagini delle linee elettriche sopra i paesaggi del parco nazionale del Torres del Paine, nel quale nessuna proposta per la costruzione di tali linee è stata presentata. Un altro effetto del turismo è stato l'aumento degli acquisti di appezzamenti di terra enormi da parte di stranieri, spesso più come un acquisto di prestigio piuttosto che per l'agricoltura. Tra i compratori figurano Sylvester Stallone, Ted Turner e Christopher Lambert e specialmente Luciano Benetton, il più grande proprietario terriero della Patagonia. La sua Compañia de Tierras Sud ha portato le nuove tecnologie all'industria, patrocinato musei e favorito le comunità locali, ma è stato un intervento discutibile specialmente per quanto riguarda il trattamento delle comunità locali di Mapuche.

La cucina della Patagonia Argentina è in gran parte la stessa di Buenos Aires - carni e pasta cotte - con vasto uso degli ingredienti locali e minore uso di quei prodotti che devono essere importati nella regione. L'agnello è considerato la carne Patagonica tradizionale, cotta per parecchie ore sopra un fuoco all'aperto. Alcune guide turistiche hanno segnalato erroneamente che il guanaco ed i cervi, sono utilizzati nelle cucine dei ristoranti. Tuttavia, poiché il guanaco è un animale protetto sia nel Cile che in Argentina, è improbabile che compaia nei menù. La trota ed il granchio reale sono utilizzati nella preparazione di piatti tipici, benchè l'esaurimento delle risorse ittiche del granchio reale centolla lo abbia reso sempre più limitato. Nella zona intorno a Bariloche, è presente la tipica tradizione alpina di cucina, con le barre di cioccolato e perfino la fonduta. I ristoranti e le stanze del tè la sono una caratteristica delle comunità di lingua gallese di Gaiman, Chubut e Trevelin così come nelle montagne.
Paul Theroux
L'ultimo treno della Patagonia





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domenica 17 maggio 2009

L'espresso Lagos del Sur

Paul Theroux (Medford, 10 aprile 1941) è uno scrittore statunitense. Figlio di un franco-canadese e di una italiana, si è laureato in scrittura creativa presso l'Università del Maine, per poi specializzarsi a Syracuse e Urbino.

Ha pubblicato il suo primo racconto Waldo nel 1967. Dopo aver terminato l'università ha vissuto 5 anni in Africa, luogo che ha ispirato i suoi successivi lavori: Fong and the Indians, Girls at play e Jungle lovers. Nel continente africano insegna e prende parte a missioni umanitarie.

Ha successivamente insegnato all'Università di Singapore prima di stabilirsi in Inghilterra. Paul si è sposato due volte: con Anne Castle dal 1967 al 1993 e successivamente con Sheila Donnelly (dal 18 novembre 1995). Attualmente vive alle Hawaii.

Il suo romanzo più conosciuto è sicuramente The Great Railway Bazaar - by train through Asia, pubblicato nel 1975.


In Italia i suoi libri sono stati pubblicati da Baldini Castoldi Dalai (Hotel Honolulu, Ultimo treno della Patagonia, O-Zone, Gallo di Ferro. In treno attraverso la Cina, Mosquito Coast, Dark Star Safari), Mondadori (Costa delle zanzare) e Frassinelli (Da costa a costa).

Ha collaborato altresì con settimanali e mensili, quali Playboy, Esquire e Atlantic Monthly.

Dal primo matrimonio ha avuto due figli Marcel Theroux e Louis Theroux, entrambi scrittori e presentatori televisivi, ed è lo zio dell'attore Justin Theroux.

La Patagonia rappresentava anche la strada per tornare a casa.

Avevo di­sdetto diverse prenotazioni di treni per poter trascorrere più tempo con Borges, ma ora smisi di procrastinare la partenza e feci dei chiari pro­getti per dirigermi a sud. Avevo ancora qualche giorno a disposizione prima di lasciare Buenos Aires ma, essendo escluso dall'atmosfera d'in­timità della lunga vacanza pasquale, potevo solo girare per la città. Ora mi deprimevo.
La malinconia che i nativi avevano temporaneamente di­sperso rientrò nella mia anima. Era in parte l'effetto de La Boca, il quar­tiere italiano vicino al porto; c'erano dei ragazzi che nuotavano nelle ac­que del porto oleose e maleodoranti, e vidi più artificio che fascino nel­le case e nei ristoranti in stile siciliano; un po' era squallore affettato, il resto era vero sudiciume.

Andai al cimitero Chacarita, perché sembrava che dovessero farlo tutti. Trovai la tomba di Perón e vidi delle donne che baciavano il suo bronzeo viso infido e dei garofani sistemati dietro la maniglia della porta del mausoleo («Fanatici!» esclamò un uomo che stava vicino a me. «È come il calcio», sussurrò sua moglie).

Una notte, andando in macchina verso la periferia con Rolando, fummo fermati da un poliziotto in motocicletta che ci fece cenno di accostarci al lato del­la strada. Fu Rolando a parlare. Il poliziotto diceva che eravamo passa­ti col rosso. Rolando insisteva che il semaforo era verde. Alla fine il po­liziotto gli diede ragione: il semaforo era verde. «Ma è la vostra parola contro la mia», disse con una voce leggermente intimidatoria. «Volete rimanere qui tutta la notte o volete sistemare la cosa ora?» Rolando gli diede il valore di circa sette dollari in pesos. Il poliziotto ci salutò e ci augurò buona Pasqua.

«Me ne vado», dissi a Rolando.
«Non ti piace Buenos Aires?»
«Sì che mi piace», risposi. «Ma voglio andarmene prima di dover cambiare idea.»

Ci volle un'ora perché l'espresso dei Laghi del Sud si districasse dalla città. Eravamo partiti alle cinque di un pomeriggio soleggiato, ma quando iniziammo a prendere velocità in mezzo alla pampa, un fresco, immenso pascolo, stava facendo già buio. Poi il riverbero del tramonto sparì e nel crepuscolo l'erba si fece grigia, gli alberi divennero neri; al cune vacche erano così immobili da sembrare macigni e in un campo ne risaltavano cinque, bianche, luminose come panni stesi.

Percorrevamo la ferrovia General Roca, che era stata recentemente bombardata; era una linea facile da bombardare. Correva attraverso le province de La Pampa e Rio Negro, poi lungo una prateria vuota e de­serta e il grande altopiano della Patagonia. Non ci voleva una grande abilità a far saltare in aria i treni in questi luoghi scarsamente abitati, Chiunque poteva fare il terrorista qui. Ma l'addetto alla carrozza letti mi disse che non c'era nulla di cui preoccuparsi. Per qualche ragione, i terroristi preferivano i treni merci, forse così si riusciva a fare più danni; e questo era un treno solo per passeggeri. «Si rilassi», disse. «Si metta a suo agio. Lasci a noi le preoccupazioni, fanno parte del nostro lavoro.


La carrozza letti aveva una forma insolita. Era vecchia e di legno i pannelli di legno degli interni erano di mogano scuro, molto lunga, e nel mezzo c'era una saletta, una specie di sala con sedie imbottite e tavoli da gioco. I passeggeri, per la maggior parte piuttosto anziani, si riunivano a parlare del freddo. Io avevo un biglietto di prima classe. Rimanevo nel mio scompartimento, scrivevo di Buenos Aires e di Borges.

La prima sera, a cena - vino, due insalate, la bistecca d'ordine- era seduto al mio tavolo un tipo in uniforme militare. Univamo i commensali nella carrozza ristorante, e per risparmiare al cameriere di correre per tutta la carrozza per servirci ci eravamo messi insieme. Gli chiesi dove stesse andando.

«A Comodoro Rivadavia», disse, «un brutto posto.»
«Quindi anche lei sta andando in Patagonia.»
«Non ho altra scelta», disse, dando uno strattone all'uniforme militare di leva.»
«Deve fare il militare per forza?»
«Tutti lo devono fare, per un anno.»

«Potrebbe andare peggio», dissi. «Non siete in guerra.» «Non c'è una guerra, ma c'è un problema con il Cile, sul Canale di Beagle. Proprio quest'anno! E un brutto anno per fare il servizio mili­tare. Potrei essere costretto a combattere.»
«Capisco. Non vuole combattere contro i cileni?» «Non voglio combattere contro nessuno. Voglio rimanere a Buenos Aires. Che cosa ne pensa? Bella, eh? Belle ragazze, vero?» «Che esercito ha il Cile?»

«Non un granché, non molto grande. Ma la marina cilena è grande, hanno navi, barche, cannoni, tutto. Non sono preoccupato per l'eserci­to, è la marina che mi spaventa. Dove sta andando lei?» «Esquel», dissi. Fece un grugnito. «Perche?» «Ci va il treno.»

«Il treno va anche a Bariloche. Là dovrebbe andare. Montagne, la­ghi, neve, belle case. È come la Svizzera o l'Austria.» «In Svizzera e in Austria ci sono già stato.» «La neve è fantastica.»

«Sono venuto in Sud America per sfuggire alla neve. Nel posto da dove vengo era alta tre metri.»

«Quel che intendo dire è che Esquel è appena graziosa, e Bariloche è fantastica.»
«Forse seguirò il suo consiglio e andrò a Bariloche, dopo Esquel.» «Dimentichi Esquel e tutta la Patagonia, sono brutte. Glielo dico io, è meglio stare a Buenos Aires.»

Quindi persino qui, ormai a breve distanza dalla cittadina che avevo segnato sulla mia mappa a Boston, stavano cercando di scoraggiarmi.

Sentendo il gracidare delle rane quella notte, mi sporsi dal finestri­no e vidi le lucciole. Dormii male, il vino mi diede l'insonnia (era que­sta la ragione per cui gli argentini lo diluivano sempre con l'acqua?), ma lui confortato dal grande disco arancione della luna. Verso l'alba cominciai ad assopirmi; mentre passavamo da Bahia Bianca, che avrei vo­lito vedere, stavo dormendo, e non mi svegliai finché non iniziammo a incrociare il rio Colorado.

Alcune persone lo considerano la frontiera con la Patagonia, e in verità non c'era niente da vedere dopo che raggiungemmo l'altra riva. Il nulla, mi avevano detto, era la caratteristica prevalente della Patagonia. Ma la prateria si frappose, e con essa l'erba, il bestiame, il ciclo. E faceva fresco. Le città erano piccole, grappoli di fattorie dal tetto piatto che si rimpicciolivano fino a diventare macchioline, mentre il treno procedeva.

Appena dopo le undici, quella mattina, arrivammo alla città di Carmen de Patagones, sulla riva settentrionale del Rio Negro. Dall'altra parte del ponte c'era Viedma. Fu questo fiume che considerai la vera linea divisoria fra la parte fertile dell'Argentina e il polveroso altopiano della Patagonia.


Hudson inizia il suo libro sulla Patagonia con una descrizione di quella valle fluviale. L'imprecisione del suo nome ricordava tutti i paesaggi mal nominati che avevo visto in Messico. «Il fiume era chiamato impropriamente dagli aborigeni Cusareofù, o Fiume Nero -Rio Negro- dice Hudson, «a meno che l'epiteto non si riferisse solamente alla sua rapidità e al suo carattere pericoloso; perché non è affatto nero.... L'aqua, che scorre dalle Ande attraversando un continente pietroso ghiaioso, è meravigliosamente pura, di un color verde-mare chiaro.)» Rimanemmo sulla riva nord, in una stazione su una sponda alta. In un pannone una donna vendeva grandi quantità di mele dal colore rosso vivo, cinque alla volta.


Sembrava il tipo vivace d'imprenditrice che vedi nelle giornate d'autunno nelle città di campagna del Vermont. Ci raccolti in una crocchia, guance rosee, maglione marrone e non sante. Comprai alcune mele e le chiesi se erano cresciute proprio lì. E poi aggiunse, «Che bella è vero?»


C'era il sole, con un'ostinata brezza che scarmigliava i Lombardia. Ci fu un ritardo di circa un'ora, ma non mi fa effetto, più accumulavamo ritardo meglio era, poiché il mìo percorso prevedeva di scendere dal treno a Jacobacci alla spiacevole zero e trenta del mattino. La coincidenza per Esquel non partiva che all'1 del mattino, quindi non mi importava molto dell'ora in cui arrivasimo a Jacobacci.

Attraversammo il fiume; era largo solo pochi metri.

L'esperienza mi parve sorprendente, anche dopo così tante altre simili nel Sud America: sull'altra riva entrammo in una terra diversa. Il suolo era di sabbia e ghiaia, non c'era ombra, la terra era marrone. A Carmen de Pata­gones avevamo incontrato mandrie al pascolo e pioppi, e l'erba era verde. Ma non dopo Viedma non c'era più erba. C'erano boscaglia e polvere, e all'improvviso si alzarono all'orizzonte dei mulinelli di sabbia.

Mentre ero nella carrozza ristorante per il pranzo un venditore di oggetti in plastica, diretto all'insediamento gallese di Trelew, battè con­trariato una mano contro il finestrino e disse: «Prima di arrivare a Jaco­bacci c'è ancora un sacco di questa roba».

All'inizio la si può scambiare per una zona fertile. All'orizzonte c'è una striscia di verde pieno, senza interruzioni, con protuberanze di ce­spugli. Alla media distanza è di un giallo verdeggiante, poi impallidisce in una zona con più protuberanze e chiazze di marrone. Da vicino, in primo piano, si scopre l'illusione: sono cespugli sparsi, piccoli e spinosi che creano l'illusione del verde; sono queste cose piccole, fragili e aride che coprono tutta la pianura. I cespugli spinosi spingono le loro radici nella polvere e gli altri cespugli, del colore dei licheni, hanno quasi l'a­spetto di funghi. Non ci sono nemmeno erbacce sul terreno, solamente questi cespugli, che potrebbero benissimo essere morti. Gli uccelli vo­lano troppo alti perché si capisca di che specie siano. Non ci sono in­setti, non ci sono odori.

E questo era solo l'inizio della Patagonia. Stavamo ancora proce­dendo lungo la costa, intorno al Golfo di San Matias. Ci si rendeva dif­ficilmente conto che il mare era molto vicino, ma a metà pomeriggio ap­parve ciò che inizialmente sembrava un lago, poi diventò più grande e più blu e infine si rivelò essere l'oceano Atlantico. La terra continuava ;. a essere coperta di boscaglia, le antiche onde d'acqua salata avevano re-li so il suolo più desolato, avvelenandolo.

Passavamo attraverso i villaggi; erano segnati come città sulla carti­na, ma in realtà non erano degni di questa qualifica. Che cos'erano? Sei edifici piatti, battuti dalle intemperie, e tre di essi erano latrine; quattro liberi con ampio spiazzo in mezzo, un cane zoppo, qualche pollo; il vento soffiava così forte che un paio di calzoni da donna sventolavano orizzantalmente su un filo da bucato. Talvolta, in mezzo del deserto, c'erano solo case solitarie costruite con blocchi di fango o mattoni polverosi. Era tutto un enigma; avevano la rigidità di certi disegni. Che cosa racchiudeva la palizzata con paletti di rami e bastoni? A che cosa sbarrava il passo? Comunque non aiutava a capire lo scopo di tali capanne.

Arrivammo a San Antonio Oeste, una cittadina sulle acque blu del golfo di San Matias, con l'aspetto di un'oasi. Circa quaranta persone scesero dal treno, perché prendevano la corriera per raggiungere le città che si trovavano più in basso sulla costa della Patagonia, Comodoro e Puerto Madryn. Vedendo che eravamo fermi, scesi e passeggiai su e giù.

Il cameriere si sporse dal finestrino della carrozza ristorante.

«Dove è diretto?» «A Esquel.» «No!»
«Passando da Jacobacci.»
«No! Quel treno è grande così!» E fece un gesto con le dita per in­dicare una cosa piccolissima.

Negli Stati Uniti e in Messico avevo evitato di dire alle persone do­ve stavo andando, non pensavo che ci avrebbero creduto. Poi, in Sud America, avevo menzionato la Patagonia: la notizia veniva recepita con cortesia. Ma qui, più mi avvicinavo a Esquel, più distante poteva sembrare, e ora mi sembrava più lontana che mai. Capii il senso delle U ro reazioni: nessuno finiva un viaggio in un posto del genere, Ksquel ff un posto dove i viaggi iniziavano. Ma sapevo che non volevo scrivcfG i una permanenza in un posto, per farlo ci voleva l'abilità ili un mini?" rista. Ero più interessato all'andare e al tornare, alla poesia delle • tenze. Ero arrivato qui salendo su un treno metropolitano pieno di | dolari di Boston, che avevano lasciato me e il treno ed ciano une1'" lavoro. Ero rimasto su quel treno e ora ero a San Antonio. Stare in quella stazione era una noia
.


Continuammo verso sud ovest, verso la provincia di Chubut (il paesaggio non era più verde, nemmeno in quel suo modoparticolare. C'erano mezzi toni di marrone e grigio e i bassi e brulli con meno foglie. Tra questi si vedevano piante più rigide, dure, a forma di ventaglio come i coralli. I viaggiatori in Patagonia citano gli uccelli - Hudson va avanti per pagi­ne e pagine parlando dei canti degli uccelli nel deserto - ma in tutto il pomeriggio non vidi niente se non rondini gigantesche e un falco. Avrebbero dovuto esserci struzzi, fenicotteri e aironi bianchi, ma quan­do borbottai tra me e me che non ne vedevo nemmeno uno, mi ricordai di Thornberry in Costa Rica («Dove sono i pappagalli e le scimmie?») e smisi di cercarli.

Era straordinario quanto fosse vuoto questo posto. Borges lo aveva chiamato tetro, ma non lo era. Era al malapena qualco­sa. Non c'era abbastanza sostanza in esso perché comunicasse una sen­sazione. Un deserto è una tela vuota; sei tu a dargli caratteristiche e sen­sazioni, sei tu a lavorare per creare il miraggio e farlo vivere. Ma io ero indifferente; il deserto era deserto, vuoto quanto me in quel momento. Della polvere fine entrava dal finestrino e fluttuava nel corridoio, accumulandosi nella saletta al centro della carrozza letti.


C'erano degli uomini nella saletta, ma quelli vicino alla parete della carrozza erano re­si quasi invisibili dalla polvere, ed erano a circa due metri da me. La pol­vere non mi aveva mai dato molto fastidio, ma questa la trovai difficile da sopportare. Si infiltrava attraverso gli stipiti delle porte e le crepe nel­l'intelaiatura dei finestrini e si sollevava nella carrozza.

Ci furono delle sorprese. Avevo già rinunciato a ogni speranza di vedere una pianta qualsiasi che crescesse in Patagonia quando, nella città di Valcheta, vidi dei pioppi che circondavano un vigneto - un vi­gneto qui nella terra desolata; e alberi di mele. Il fiumiciattolo di Val-cheta spiegava il miracolo - scorreva da sud, dal tavolato vulcanico del­l'altopiano. Valcheta era un villaggio, ed era chiaro che anche i villaggi più a est erano nati presso quel fiume. Erano stati fondati dove si pote­vano scavare dei pozzi.

Ero sceso dal treno a ogni fermata, semplicemente per poter pren­dere una boccata d'aria. Ma mentre il giorno si consumava, faceva sem­pre più fresco, e ora faceva quasi freddo. I passeggeri fecero dei com­menti sul freddo; erano abituati all'aria pesante di Buenos Aires. Rima­nevano ben coperti nel salottino polveroso, alcuni con dei fazzoletti sul­la bocca, chiacchierando.

«Com'è il tempo a Bariloche?»
«Piovoso - molto piovoso.»
«Oh, signore, non dice la verità! Lei è cattivo!»
«E va bene, fa bel tempo.»
«Lo so. Bariloche è graziosa. E saremo là martedì mattina!» Avevano delle macchine fotografiche. Quasi mi misi a ridere rumo­rosamente all'idea che qualcuno si portasse dietro una macchina foto­grafica per via delle vedute. Che idea! Quando si vedeva qualcosa di in­solito nel paesaggio, ci si rendeva conto che era un ammasso di fango, cui la brezza aveva dato una forma. Il sole verso le sette era luminoso e basso, e per pochi minuti i miseri, striminziti cespugli spinosi, illumina­ti in modo stupendo, gettarono lunghe ombre sul deserto. In lontanan­za si vedevano scavi ed eruzioni e il paesaggio divenne familiare. Era il paesaggio marrone ed eroso che si vede nelle illustrazioni sul retro del le bibbie scolastiche. «Palestina», dice la didascalia, o «La Terra Santa», e si vedono polvere, cespugli sbiancati, ciclo blu, ghiaia.

A cena quella sera fui raggiunto da una giovane coppia che era re centemente stata in Brasile. Venivano da Buenos Aires e immaginai che fossero in viaggio di nozze. Era il tramonto, il ciclo di un blu luminoso, la luna di un giallo luminoso, il paesaggio nero; ed eravamo appena ar rivati alla stazione spazzata dal vento di Ministero Ramos Mexia, clic non era segnata sulla cartina. La donna stava parlando: in Brasile ttl mangiavano colazioni abbondanti, c'era un sacco di gente nera, era lut­to così caro. Fuori dal finestrino, sulla banchina di Ministero, i ragazzi vendevano noccioline e uva.

Il sole se n'era andato. All'improvviso si fece freddo, tutto divenni molto scuro, e le persone vicine al treno si avviarono verso le luci appese ai pali della stazione. Si spostavano dall'oscurità e si riuniavano vicino alla luce come falene.

La nostra polverosa carrozza ristorante sembrava lussuosa a pi gone di quella remota stazione. La giovane coppia - un momento pfll aveva parlato della povertà in Brasile - si imbarazzò.

Di fuori, un ragazzo cantava: «Uva! Uva! Uva!» sollevando il collo verso il finestrino.

«Sono così poveri, qui», disse la signora. Il cameriere ci aveva appena servito bistecche, ma nessuno di noi aveva iniziato a manciare-
«Sono dei dimenticati», disse il marito.
La gente sulla banchina della stazione stava ridendo e iiu qualcosa. Per un momento, pensai che avessero indovinato. Noi attaccammo le nostre bistecche.
Quando la coppia tornò al suo scompartimento, il capotreno chie­se se poteva sedersi. «Naturalmente», risposi,e gli versai un bicchiere di vino.
«Volevo chiederle», disse. «Da chi ha avuto il suo biglietto gratui­to?».
Risposi: «Da un certo generale».
Non approfondì l'argomento. «L'Argentina è cara, vero? Indovini quanto guadagno.»

Un uomo di Buenos Aires mi aveva detto che lo stipendio medio in Argentina era di circa 50 dòllari al mese. Sembrava piuttosto basso, ma qui avevo la possibilità di verificare l'informazione. Tradussi 50 dollari in pesos e dissi che pensavo che guadagnasse quella somma.

«Meno», disse il capotreno. «Molto meno.» Disse che guadagnava circa 40 dollari al mese. «Quanto guadagnano negli Stati Uniti?»

Non ebbi il cuore di dirgli la verità. Decisi di alleggerire il colpo di­cendo che un capotreno guadagnava circa 50 dollari la settimana.
«Lo pensavo», disse. «Vede? Molto più di noi.»


«Ma il cibo è caro negli Stati Uniti», dissi. «Qui invece è a buon prezzo.»
«Un po' meno costoso. Ma qualsiasi altra cosa è cara. Vuoi dei ve­stiti? Vuoi delle scarpe? Sono care. Si potrebbe pensare che solo l'Ar­gentina sia così. Ma no, lo è tutto il Sud America. Ci sono paesi che so­no ancora peggio di noi.»
Si versò un altro bicchiere del mio vino, vi mischiò un po' di soda e mormorò: Quando la gente verrà a vedere la Coppa del Mondo a lu­glio rimarrà molto sorpresa. Come lei, eh? «Che meravigliosa città civi­le, è questa!» Diranno così, poi vedranno quanto è caro e vorranno tor­narsene a casa!

«Le interessa il calcio?» chiesi.
«No», sbottò. Poi riflette un momento e disse molto lentamente, | «No. Odio il calcio. Non so esattamente il perché. In questo senso, so-! no una persona insolita. La maggior parte della gente va matta per il cal-j ciò. Ma vuole sapere che cosa mi infastidisce veramente?»

«Sì, prego.»
«È troppo sporco. È sleale. Guardi una partita di calcio e capirà. Si danno dei calci negli stinchi l'un con l'altro. Gli arbitri se ne fregano. Calci, calci; pugni, pugni. È stupido. È scorretto. La gente ama questo gioco per la sua violenza. Ama vedere la lotta, le caviglie che sanguina­no. Tracannò il vino. "A me? A me piace vedere l'abilità. Il tennis è uno sport pulito e sicuro, anche il basket è molto buono. Né lotte, né calci. L'arbitro segna i falli, tre infrazioni e si è fuori."»

Continuammo a parlare. Mi disse che lavorava nelle ferrovie da trentadue anni.
«E stato in Patagonia?» chiesi.
«Questa è la Patagonia.» Battè sul finestrino. Era buio fuori, ma hi polvere si riversava dalla fessura tra il davanzale e l'intelaiatura. Forse aveva voluto indicare quella polvere.

«Presumo che abbia lavorato per gli inglesi, allora.» «Ah, gli inglesi! Mi piacevano, anche se io sono tedesco.» «Lei è tedesco?» «Certo.»
Stava parlando al modo degli americani. Siamo inglesi, dicono al cuni cittadini di Charlottesville, in Virginia, riferendosi al fatto che i loro antenati abbandonarono le città minerarie sporche di fuliggine dello Yorkshire e fecero abbastanza soldi, allevando maiali, da mimettizarsi a piccola nobiltà e tenere fuori gli ebrei dai club di calcio. Al mio liceo, un ragazzo spiegò che era bravo in algebra perché era
albanese.

Un po' di questa cruda incertezza, era evidente anche in Argentina. Il capotreno argentino mi disse suo cognome. Era tedesco. «Senta», disse, «il mio primo nomie è Otto. Naturalmente non parlava tedesco.

Il signor D'Angelo e i suoi figli dalle larghe facce nella carrozza ristorante non parlavano italiano, signor Kovacs, il bigliettaio, non parlava ungherese. L'unico straniero che incontrai in Argentina con le radici intatte era un armeno.

L'avevo soprannominato fra me e me il signor Totalitario, perche credi dittatori. Aveva trovato una sua forma di contatto con le dite. Usava un camiciotto da lavoro e un berretto blu e leggeva nel suo quotidiano armeno, pubblicato a Buenos Aires. Avea arrivato dall' l'Armenia sessant'anni prima.

Il capotreno, di nome Otto, disse: «Scende a Jacobacci?»
«Sì. A che ora arriviamo?»
«Alle due circa, domani mattina.»
«Che cosa posso fare a Jacobacci?»
«Aspettare», disse. «Il treno per Esquel non parte fino alle cinque e mezza.»
«Lei lo ha preso, vero?»
L'espressione di Otto diceva: Sta scherzando! Ma aveva un cuore te­nero ed ebbe la presenza di spirito di dire: «No, non ci sono carrozze letto su quel treno». Pensò un momento, sorseggiando il vino. «Non c'è molto su quel treno, sa. E piccolo.»

Usò il diminutivo alla spagnola: «E piccolo piccolo. Ci mette molte ore. Ma vada pure a dormire. La sveglierò io quando arriviamo».

Bevve l'ultimo sorso del suo vino e acqua di soda. Fece tintinnare i cubetti di ghiaccio nel suo bicchiere e li inghiottì. Poi si alzò e guardò fuori dal finestrino nero la vera Patagonia e la luna gialla che, essendo deformata dal vetro, era un esempio perfetto di luna gibbosa. Masticò il ghiaccio facendolo scricchiolare contro i molari. Quando non riuscii più a sopportare quel suono andai a letto.
Perfino in Patagonia ci sono poche cose più corrosive per lo spirito umano di qualcuno in piedi die­tro di te a masticare cubetti di ghiaccio.
Paul Theroux
L'ultimo treno della Patagonia



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Il vecchio espresso della Patagonia

Un treno vecchio e cigolante ha portato Paul Theroux ai confini del mondo, nell'ultimo tratto di un lungo viaggio iniziato mesi prima a Boston una fredda mattina d'inverno e proseguito a zig zag lungo tutto il continente americano.

Una serie di treni dai nomi esotici ha accompagnato lo scrittore attraverso Messico, Guatemala, Colombia, Ecuador, gli altopiani andini del Perù e la pampa argentina; panorami meravigliosi e, soprattutto, popoli diversi, distanti, eccentrici e a volte pericolosi e incomprensibili se approcciati secondo schemi occidentali e poco flessibili. Insieme a loro, tra di loro, turisti e viaggiatori persi tra un mare di volti.


E'un libro di viaggio che contiene un altro libro di viaggio. Il primo è quello attraverso un'America Latina sempre " sospesa su un abisso di incertezza ", l'altro è quello dell'amante della letteratura che viaggia nei suoi libri ....mentre viaggia nello spazio ispanoamericano. L'uno e l'altro sono piacevolissimi. Del resto: " hay dos formas de viajar: ller mucho ....." L'occhio di Theroux è sempre oggettivo, asciutto e mai indulgente. Anche se sono passati molti anni da quel viaggio, i paesi attraversati sembrano gli stessi, poco è cambiato: qualche tiranno è stato abbattutto, molte elezioni si sono tenute, ma resta la polvere, il sudicio e ...l'eterna incertezza, (quella che provano gli abitanti di Macondo quando il circo abbandona il paese).

Esquel è una cittadina dell'Argentina situata nella parte nord-occidentale della provincia del Provincia di Chubut, in Patagonia. È il capoluogo del dipartimento Futaleufú. Il nome della città deriva da un termine Mapuche che significa "spina" e si riferisce alle caratteristiche della flora locale, che comprende diversi arbusti spinosi, in particolare il 'calafate' (Berberis buxifolia).

La fondazione della città risale all'arrivo di immigrati gallesi nel Chubut, nel 1865. L'insediamento fu creato il 25 febbraio del 1906, come espansione della Colonia 16 de Octubre, nota attualmente come Trevelin.

La città, centro principale della zona, è situata sulle rive del torrente Esquel ed è circondata dai monti La Zeta, La Cruz, Cerro 21 e La Hoya. Quest'ultima è una nota stazione sciistica, con neve di buona qualità fino a primavera inoltrata. Il Parco Nazionale Los Alerces si trova 300 km a nord della città.

Un'altra importante attrazione turistica è il treno a scartamento ridotto (75 cm fra una rotaia e l'altra), chiamato dai locali La Trochita, e in inglese "The Old Patagonian Express", dall'omonimo libro di Paul Theroux. Si tratta dell'unico treno a scartamento ridotto ancora in funzione su lunghe distanze e la ferrovia più meridionale del mondo. Fino al 1993, il treno raggiungeva Ingeniero Jacobacci, nella provincia di Río Negro, da cui partivano altri treni per Viedma, e da lì per Buenos Aires: tale sistema costituiva la ferrovia General Roca.

Otto non ebbe bisogno di svegliarmi, ci pensò la polvere. Riempì il mio scompartimento e mentre il Lagos del Sur correva attraverso l'altopia­no dove piove raramente (a che servivano qui le scarpe impermeabili?) la polvere veniva sollevata, e la nostra velocità la faceva entrare con for­za attraverso le finestre che sbatacchiavano e le porte dondolanti. Mi svegliai sentendomi soffocare, e mi feci una maschera con il lenzuolo per poter respirare. Quando aprii la porta, una nuvola di polvere mi volò addosso. Non era una normale tempesta di sabbia, pareva più un disastro nel pozzo di una miniera: il rumore del treno, l'oscurità, la poi vere, il freddo. Non c'era pericolo che perdessi la stazione di Ingenero Jacobacci per via del sonno. Appena dopo mezzanotte ero compici il mente sveglio. Digrignai i denti, e granelli di sabbia scricchiolarono Ini
i molari.
Misi a posto la valigia, riempii le tasche con le mele che avevo coni-prato a Carmen de Patagones e andai all'entrata del vagone ad aspri tu­re il segnale di Otto. Stetti lì seduto. La polvere vorticava dal corridoio, avvolgeva in folate le lampadine e copriva gli specchi e le fine-siri.1 con pelo di criceto. Tenni un fazzoletto sulla faccia. Lavarsi non aveva spfl« -, so; non c'era sapone, e l'acqua era gelata.
Otto comparve qualche tempo dopo. Si era messo l'unilomic di ferroviere sul pigiama, e aveva un'aria disfatta. Battè sul suo orologio polso e disse con voce malferma: «Jacobacci, venti minuti».
Volevo tornare a letto. L'ultima cosa che avrei desiderato itii ili sciare la sicurezza del treno per l'incertezza esterna. Nel treno cYru pi vere, ma era un nido; fuori c'era il vuoto, e niente era sicuro. Tulli i|llf li che avevo incontrato mi avevano avvertito di non prendere il It'f per Esquel, ma che cosa potevo fare? Dovevo andare a Esquel prima di tornare a casa.
Pensavo di essere l'unico a scendere a Ingeniero Jacobaci sbagliavo. C'erano due vecchi che portavano grandi fusti di petrolio co­me parte del bagaglio, una donna con un bambino al collo e un altro che le andava dietro passo passo, una coppia con una valigia legata con spa­go e cinture, e altri che erano ombre. La stazione era piccola, sulla ban­china c'era appena lo spazio per tenerci. Le persone che avevano viag­giato in seconda classe, ed erano state svegliate dallo scossone della fer­mata e dalle luci della stazione, avevano i volti affaticati ed esangui. Il treno sibilò per mezz'ora davanti alla banchina, poi si allontanò molto lentamente. Si lasciò dietro polvere, luce fioca e silenzio. Sembrò che si portasse via il mondo.
Quel treno espresso - come sognavo di esserci ancora dentro! -aveva confuso le distanze e le altitudini. I dati furono forniti a Jacobac­ci: eravamo a più di mille miglia da Buenos Aires, e da Carmen de Pa­tagones, che era a livello del mare, eravamo saliti per più di mille metri, su un altopiano che si riabbassava prima dello stretto di Magellano. In questo vento, a quest'altezza e a quest'ora - erano le due del mattino -a Jacobacci faceva molto freddo. Nessuno si ferma a Jacobacci, mi ave­vano detto. Avevo la prova del contrario. C'erano passeggeri che erano scesi. Pensai che avrebbero aspettato il treno per Esquel, come me. Mi guardai attorno, se n'erano andati.
Dove? In quel vento, quel buio, quelle capanne nel deserto. Non prendevano un altro treno, vivevano a Jacobacci. Più avanti lo conside­rai un pensiero ingenuo, ma al momento riflettei su com'era strano che delle persone — emigranti e figli di emigranti - avessero scelto di vivere lì, con tutti i posti che c'erano al mondo. Non c'erano né acqua né om­bra, le strade erano terribili, e c'era poco lavoro pagato. Per quanto fos­sero tenaci, non potevano avere la resistenza e l'ingegnosità degli indios che, comunque, non avevano mai popolato questa parte della Patago­nia. A nord est c'erano le fertili praterie di Bahia Bianca, a ovest i laghi - il paradiso tirolese di Bariloche. Per via di qualche mucca o pecora, e di una caparbietà sconcertante, c'era gente che viveva in questo villag­gio minuscolo della Patagonia in cui la linea ferroviaria si divideva, un raccordo nel deserto. Ma era un pensiero ingenuo. Ci sono tanti che hanno bisogno di spazio assai più che di erba o alberi, e per loro le città e le foreste sono solo confusione. Qui puoi essere te stesso, mi disse un gallese in Patagonia. Be', su quello non c'erano dubbi.
Lasciai la valigia sulla banchina e mi misi a passeggiare fumando la pipa. Il primo treno per Buenos Aires sarebbe passato fra tre giorni. Un manifesto dell'Unesco inchiodato al muro della stazione mi parlava del­la malnutrizione in America latina. Come in Guatemala, un cartello di­ceva Prendi il treno, costa meno! E un altro II treno ti è amico - diventa amico del treno! Da un palo della banchina pendeva una campana di bronzo, come una vecchia campanella delle scuole. Il capostazione l'a­veva suonata subito prima che il Lagos del Sur ripartisse, ma nessuno ci era salito.
Il treno era andato in una dirczione, i passeggeri di Jacobacci in un'altra. Così ero rimasto solo, come Ismaele: «E solo io sono scampa­to, per poterlo raccontare». Era un posto freddo e deprimente, ma do­vevo stare lì quattro ore ad aspettare il minuscolo treno a vapore per Esquel, non avevo altra scelta. Pensavo anche: È perfetto. Se un aspetto del viaggio era l'abbandonarsi al brivido, proprio dell'esploratore, di trovarsi da solo, di avere lasciato indietro tutti gli altri, dopo quindici mila o ventimila miglia, e di essersi imbarcato in una missione solitària alla scoperta di un luogo remoto, allora avevo realizzato il sogno del viaggiatore. Il treno va mille miglia oltre Buenos Aires, si ferma in me/ zo al deserto e tu scendi. Ti guardi intorno, sei solo. E come arrivare. I1, già come una scoperta, ha la stessa singolarità. Il ciclo era pieno di stcl le in costellazioni non familiari, perfino la luna era storta, come una ver sione antipode di quella a cui ero abituato. Era tutto nuovo. Nei ini gliori libri di viaggi, la parola solo è implicita in ogni pagina emo/.io nante, è fine e ineliminabile come una filigrana. Questa conce/ioni1, l'i dea di poter farne il resoconto - perché ero partito proprio con Pillai ili scrivere un libro, no? - compensava i disagi. Solo, solo; era comi: la pro­va del mio successo. Avevo dovuto viaggiare molto lontano per urrivnrc a questa condizione solitària.
Una voce, un gracidio di rana, chiese: «Tè?»

Era il capostazione. Indossava un cappotto invernale, unii si'iurpl, e scarponi rotti, e sul bavero del cappotto aveva il simbolo d'ur^entO delle ferrovie General Roca. Nel suo ufficio, la minuscola si uhi a hiin Idi» niva un po' di calore, e un piccolo bollitore da tè ammacoito si soioM» \ va su una griglia di fil di ferro improvvisata.
Pensai che fosse meglio spiegare la mia presenza: «Aspetto il treno per Esquel».
«Esquel è molto bella.»
II suo era il punto di vista da Jacobacci. Era il primo che sentivo lo­dare Esquel, ma avendo visto un po' di Jacobacci capivo il perché. In Massachusetts, gli abitanti di Belchertown hanno sempre una buona pa­rola per Holyoke. Aveva riempito una piccola tazza di foglie di mate (che vengono da un albero sempre verde, l'Ilex) e ci infilò una cannuc­cia d'argento. La tazza era d'osso, il corno di una mucca con una rozza scritta ornamentale.

Disse: «A Esquel ci sono tante cose da fare. Ci sono alberghi, ri­storanti, grandi fattorie. A un'ottantina di miglia dalla città troverà un bellissimo parco, con alberi, erba, tutto quanto. Eh sì, Esquel è un bel posto».
Versò acqua bollente sulle foglie e mi passò la tazza.
«Le piace?»
«Molto buono. Mi piace il mate.» Ci aveva messo troppo zucchero, e il sapore era disgustoso.
«Intendo dire la tazza.»
La guardai.
«Un corno di mucca», disse. «E del Paraguay.»
Lo dicevano anche i graffi incisi sopra. Dissi che l'ammiravo.
«È stato in Paraguay?»
Alzò le spalle. «C'è stata mia moglie. Suo fratello abita là. C'è an­data l'anno scorso.» Fece un largo sorriso. «In aereo.»
Annuiva e preparava un altra tazza di tè. Gli feci domande su Jaco­bacci, sul treno, sulla Patagonia. Le sue risposte non erano interessanti. Voleva parlare di soldi. Quanto era costata la mia valigia? Quanto veni­va una casa negli Stati Uniti? Quanto guadagnavo? Quanto costava un'automobile nuova? A titolo d'informazione gli dissi anche quanto costava una bistecca da mezzo chilo in Massachusetts, e lui rimase sen­za fiato. Smise di lamentarsi e prese a vantarsi del prezzo della lombata di manzo.
Magari avesse detto Vuoi sentire una storia strana? Era già vecchio abbastanza da poter conoscere storie interessanti. Ma era mezzo addor­mentato, faceva freddo, ed erano quasi le tre del mattino. Così lo lasciai solo e uscii. Camminai lungo i binari, allontanandomi dalle luci della stazione. Il vento raspava fra i rovi come sabbia su un piano inclinato. L'aria odorava di polvere. Sopra i cespugli, la luna risplendeva di un co­lore blu sulla monotonia gibbosa della Patagonia.
Sentii un ringhio. Trenta metri più in là c'era una capanna bassa e nera, e probabilmente i miei passi sulla ghiaia dei binari avevano sve­gliato il cane. Cominciò ad abbaiare. Il suo abbaiare svegliò un cane più vicino, che prese a latrare in modo forte e acuto. Non sono mai riuscito a superare la paura di essere morso da un cane, che risale alla mia in­fanzia; un cane grande che abbaia mi pietrifica. Nei miei incubi peggio­ri ci sono cani lupo irlandesi con le fauci schiumanti. Di solito i cani ag­gressivi appartengono ad anziani, a donne attraenti, a omjni brutti, e a coppie senza figli. Non le fa niente, dicono queste persone, godendo del mio terrore, e io vorrei rispondere, Può darsi, ma forse gli farò qualcosa io. In Sud America, si sa, molti cani hanno la rabbia. Non sono i cani randagi rannicchiati per la paura che ho visto a Ceylon e in Birmania, ma creature più floride, con zanne acuminate, simili a lupi, che vengo­no incitate dai nativi. Nei villaggi indi del Perù e della Bolivia c'erano sempre cani, che sembravano molto più vigili degli indios stessi. Quegli stupidi animali si mettevano a rincorrere il treno. Avevo paura di pren­dere la rabbia. «La cura è peggiore della malattia.» Non era una paura irrazionale, avevo letto avvisi sul pericolo costituito dai cani impazziti.
Un cane, più piccolo di quel che il suo verso faceva pensare - era grande più o meno come una borsa - s'infilò fra i rovi e corse verso i bi nari. Si acquattava e ringhiava, chiamando l'altro. Mi misi le mani in la sca e cominciai a camminare all'indietro. Diedi un'occhiata alle mie spalle, verso la stazione illuminata - ero stato stupido ad allontanarmi così. Ora i cani erano tutti e due sui binari e si avvicinavano, ma con ci i cospezione; si spingevano in avanti, abbaiavano forte e si tenevano bas si. Guardai se c'era un bastone per picchiarli (se li avessi colpiti sa ivi ) bero stati presi da una furia omicida o sarebbero scappati via?), ma quc sto era il deserto. A parte qualche pioppo alla stazione, non c'era un al bero per centinaia di miglia. Avrei voluto correre, ma sapevo che lo avrebbero inteso come segno di codardia, e si sarebbero avventati su di me. Continuai a camminare all'indietro, tenendoli d'occhio e teme-min li troppo per poterli odiare. Quando fui più vicino alla stazione, i piop pi mi diedero speranza - perlomeno potevo arrampicarmici su, o mrl termi in salvo. C'era anche la luce, e i cani ne sembravano preoccupili i, Si tennero all'ombra, saettando fra i vagoni, e quando videro clic ito hi salvo sulla banchina presero a rincorrersi a vicenda. Erano piccoli, sin pidi, patetici e zoppi; dalla mia posizione sicura li odiai.
Il capostazione aveva sentito il trambusto. Disse: «Non vada trop­po lontano. Ci sono molti cani in giro».
Trascinai la valigia verso una panchina di legno. Avevo eliminato tutti i libri meno Boswell, che ora cominciai a rileggere. Avevo le mani fredde. Misi via il libro, indossai un altro maglione, e mi sdraiai sulla panca con le mani in tasca, sotto il cartello 17 treno ti è amico. Fissai la lampadina e ringraziai il ciclo per non essere stato morso da un cane rabbioso.

Che fosse razionale o no, ne avevo paura. Ci sono parecchie soddi­sfazioni a viaggiare da soli, ma le paure sono altrettante. La peggiore è la più costante: è la paura di morire. È impossibile passare mesi a viag­giare da solo, arrivare in Patagonia e non sentirsi come uno che ha fat­to qualcosa di molto sciocco. Nelle ore fredde che precedono l'alba, in un posto tanto desolato, tutta l'idea sembra sconsiderata, un rischio inu­tile, completamente senza senso. Ero arrivato da solo, avevo quasi rag­giunto la mia destinazione, ma che significato aveva. Avevo voluto pas­sare un bel periodo, non avevo niente da dimostrare. Eppure ogni gior­no provo quella paura. Passare davanti a un incidente d'auto, leggere di un treno deragliato, vedere un carro funebre o un cimitero; star seduto in fondo a una corriera che devia bruscamente, o notare un'uscita di si­curezza serrata (nella maggior parte degli alberghi in cui dormivo, le uscite di sicurezza venivano chiuse con il lucchetto, di notte, per evita­re che entrassero ladri); scribacchiare una cartolina e accorgermi del­l'ambiguità della mia frase Questo è il mio ultimo viaggio - tutte queste situazioni facevano risuonare una solenne campana a morto in qualche angolo del cervello.
Avevo lasciato un luogo sicuro e avevo viaggiato fino ad arrivare a uno pericoloso. Il rischio era la morte, che sembrava ancor più immi­nente proprio perché, fino ad allora, non mi era successo niente di brut­to. Viaggiare da quelle parti, in quel modo, pareva andare alla ricerca di guai. Frane, aerei precipitati, cibi avvelenati, sommosse, scoppi, squali, colera, inondazioni, cani idrofobi; tutti eventi quotidiani in questa par­te del mondo, per evitarli ci voleva una vita magica. Sdraiato lì sulla pan­china, non mi congratulai con me stesso perché ero arrivato così lonta­no, a una passo dalla mia destinazione. Piuttosto, capivo la gente che aveva ridacchiato quando avevo raccontato dov'ero diretto. Avevano ra­gione a prendermi in giro; nel loro modo semplice avevano riconosciuto la futilità dell'idea. Nella giungla del Costa Rica, il signor Thornberry aveva detto: «Io so cosa voglio vedere, scimmie e pappagalli! Dove so­no?» In Patagonia c'erano i guanachi («I guanachi ti sputano addos­so!»), ma, francamente, valeva la pena rischiare la vita per vederne uno? O, per dirlo in un altro modo, valeva la pena di passare anche solo una notte, semi assiderato, su una panchina di legno di una stazione della Patagonia per sentire il trillo del celebre «uccello flauto»? Allora mi sembrò di no. Più tardi mi parve una storia così divertente che dimen­ticai la mia paura. Ma avevo fortuna. Durante quel viaggio mi era capi­tato spesso di guardare fuori dal finestrino di un treno e pensare: Che posto tremendo per morirci.
Mi preoccupava anche l'idea di perdere il passaporto o il biglietto di ritorno, o di essere derubato di tutti i soldi; di prendere l'epatite e do­ver passare due mesi nell'ospedale di una città spaventosa come Guaya-quil o Villazón. Erano paure che si basavano su informazioni. «Rischia-mo la vita tutti i giorni, anche solo attraversando la strada», dicono per­sone benintenzionate, per rassicurarci. Ma nelle Ande e nei paesi pri­mitivi si corrono rischi maggiori, e chi pensa il contrario è uno stupido.
Eppure ero contento, su quella panchina di Jacobacci, di essermi la sciato tutti gli altri alle spalle. Sebbene questa fosse una città con una via principale, una stazione ferroviaria, gente, cani e luci elettriche, era co sì vicina alla fine della terra da darmi la sensazione di essere un espio ratore solitario in una terra sconosciuta. Quell'illusione (che rimani1 un'illusione anche al Polo sud e alle sorgenti del Nilo) era una soddi sfazione sufficiente a spingermi oltre.
Mi appisolai, ma mi risvegliai per il freddo. Cercai di tenermi svc1 glio e di riscaldarmi. Feci altre tre passeggiate, stando alla larga dai ai ni. Si sentiva il canto di un gallo, ma l'alba non si faceva vedere, e il so­lo rumore era quello del vento, che premeva contro la stazione.
Ero arrivato a Ingeniero Jacobacci nell'oscurità, ed era ancora scu­ro quando salii sull'altro treno. Il capostazione mi diede dell'aliro le e mi disse che potevo salire in carrozza. Era effettivamente molto pimj« la, ne ero stato avvisato, e piena di polvere entrata dai finestrini. Mn per­lomeno avevo un posto a sedere. Alle cinque cominciarono a formurtl gruppi di persone. La cosa incredibile era che, a quell'ora, cVnmo |>d« renti e amici venuti a salutarli. Avevo notato quest'usanza in iniln hi Mo livia e l'Argentina, questi commiati con una gran quantità di I un i, ni ibracci e mani agitate in segno d'addio; nelle stazioni più grandi c'erano uomini che piangevano al momento della separazione dalle mogli e dai figli. Lo trovavo toccante, e in contrasto con la loro ridicola esaltazione della propria mascolinità.
Si senti un fischio, a vapore, come un piffero acuto. La campanella suonò. Gli amici dei passeggeri balzarono giù dal treno, altri passegge­ri salirono; poco prima delle sei ce ne andammo.
La luna splendeva nel ciclo blu. Non c'era il sole, e la terra intorno a Jacobacci era grigioazzurra e di un marrone pallido. Lasciammo la città prima che a oriente il ciclo cominciasse a rosseggiare. Ero conten­to di vedere le colline. Arrivando al buio, avevo immaginato che i din­torni fossero piatti come la zona che avevo visto al crepuscolo, quella landa desolata intorno al villaggio Ministero Ramos Mexia, dove ragaz-zini che vendevano uva saltellavano e cinguettavano nella polvere. Ma qui era diverso, e in ciclo non c'erano nuvole, quindi potevo sperare che la giornata sarebbe stata calda. Mangiai una mela e tirai fuori Boswell, e quando il sole spuntò mi addormentai tranquillamente.
Era un treno vecchio, e sebbene a questo punto avrei dovuto esse­re abituato alla stranezza delle ferrovie sudamericane, lo trovavo strano ugualmente. Dall'altra parte del corridoio era seduto un ragazzo, che mi guardava sbadigliare.
«Ha un nome questo treno?» chiesi. «Non capisco.»
«Il treno che ho preso per andare a Buenos Aires si chiama "Stella polare", e l'espresso per Bariloche ha il nome "Laghi del Sud". Quello per Mendoza si chiama "II Liberatore". Un nome così.»
Lui rise. «Questo treno è troppo insignificante per avere un nome. Il governo parla di eliminarlo.»
«Non è chiamato "La Freccia di Esquel", o qualcosa del genere?»
Scosse la testa.
«Oppure "Espresso della Patagonia?"»
«Vecchio Espresso della Patagonia», disse lui. «Ma i treni espressi dovrebbero essere molto veloci.»
«Non lo sono mai», dissi. «Sono stato su un espresso per Tucumàn che è arrivato con un giorno di ritardo. Ci ha messo sei ore per riparti­re da una stazione, su a Humahuaca.»
«Inondazioni», disse il ragazzo. «Pioggia. Ma qui non piove, e il treno è lento lo stesso. Sono queste colline. Vede, ci giriamo sempre intorno.»
Era vero. I colli e le valli della Patagonia, che agli inizi avevo ap­prezzato perché rappresentavano un cambiamento, e perché erano in­negabilmente belle, erano la causa della nostra lentezza. Su una linea retta questo viaggio sarebbe durato al massimo tre ore, ma il nostro ar­rivo a Esquel era previsto per le otto e mezza di sera; erano quasi quat­tordici ore. Più che colli veri e propri, i colli erano soufflé venuti male.
Era un treno a vapore, e per la prima volta da quando ero partito da casa avrei voluto avere una macchina fotografica, per farne una foto. Era un specie di matto samovar su ruote, con rattoppi di ferro sulla cal­daia, tubi che perdevano nella parte inferiore, valvole sgocciolanti e go­miti di metallo che lanciavano getti di vapore ai lati. Andava a petrolio, quindi non gettava fumo nero, ma aveva problemi ai bronchi, ansimava e soffocava su per i pendii e sbuffava stranamente giù per le chine, quando pareva fuori controllo. Era a scartamento ridotto, e le piccole carrozze erano di legno. La prima classe non era più pulita della secon­da, anche se aveva gli schienali più alti. Tutto il congegno scricchiolava, e quando andava veloce, il che succedeva raramente, faceva un tale fra­casso di attacchi che cozzavano, finestre che sbatacchiavano e legno che gemeva che avevo l'impressione che stesse per scoppiare in mille pezzi, in un'esplosione di schegge che sarebbero cadute in uno dei burroni secchi lungo la ferrovia.
Il paesaggio aveva un aspetto preistorico, come gli sfondi dipinti dei musei che espongono scheletri di dinosauri: colli e gole, semplici e terribili; rovi e rocce; e tutto era levigato dal vento, come spogliato da una grande inondazione che avesse lavato via qualsiasi fisionomia palli colare. Il vento continuava a plasmare, impedendo agli alberi di cresci' re, spingendo la terra verso ovest, scoprendo altra roccia e perfino sni dicando i brutti cespugli.


Sul treno, la gente non guardava dal finestrino, eccetto alle sta/io ni, e anche lì solo per comprare uva o pane. Uno dei vantaggi del viag gio in treno è che sai dove ti trovi semplicemente guardando dal line strino. Non è necessario alcun cartello. Un colle, un fiume, un prato, tutti punti di riferimento che dicono fino a dove si è arrivati. Ma qiii-sto luogo non aveva punti di riferimento, o meglio era fatto tutto di punii di riferimento, indistinguibili uno dall'altro; migliala di colli e di lei i i di fiume asciutti, e miliardi di cespugli, tutti uguali. Dormicchiavo e mi ri­svegliavo, le ore passavano, lo scenario fuori dal finestrino non mutava. Le stazioni erano interscambiabili; un capannone, una piattaforma di cemento, uomini che fissavano, ragazzi con cesti, i cani, i furgoni am­maccati.
Guardai se c'erano dei guanachi, non avevo niente di meglio da fa­re. Non ce n'erano. Ma c'erano altri animali, uccelli di tutti i tipi, pic­coli e cinguettanti, passeri e rondoni, falchi scuri e sparvieri. La Pata­gonia è senz'altro, perlomeno, un luogo protetto per gli uccelli. Qui si vedevano anche gufi e, più vicino alle Ande, grandi aquile; nell'estremo sud c'erano albatri di dimensioni enormi. La bruttezza del paesaggio permaneva senza interruzioni, e non sentivo alcun desiderio di muover­mi dal treno. «Anche qui siamo grati al treno, come a un dio che ci con­duce rapidamente attraverso queste ombre, con tanti pericoli nascosti», scrive Robert Louis Stevenson. «Con tanta agilità sfioriamo queste ter­re orribili; come il gabbiano, che vola sicuro attraverso l'uragano e oltre lo squalo.»
Il tipo dall'altro lato del corridoio stava dormendo. Guardai lui e gli altri passeggeri, e fui colpito dalla loro somiglianzà con me. Già agli ini­zi del viaggio avevo constatato che come viaggiatore ero poco credibile; non avevo né carte di credito né zaino, e non ero vestito così bene da poter essere un turista in una gita di dieci giorni fra rovine e cattedrali. Non ero neanche tanto sporco ed esausto da essere un vagabondo. La gente mi chiedeva che cosa facevo, e quando dicevo che ero un profes­sore di geografia («Le vacanze di Pasqua!») mi guardavano dubbiosi. Accennavo a mia moglie e ai miei figli, ma perché io ero lì e loro da un'altra parte? Non avevo una risposta pronta. I turisti mi considerava­no uno che ricadeva nel peccato, i giramondo parevano pensare che fos­si un intruso, e i nativi non mi capivano. Era difficile convincere chiun­que che non avevo motivi nascosti, non ero in fuga, non ero un truffa­tore professionale, un uomo con un piano. Il peggio era che avevo un piano, ma non desideravo rivelarlo. Se avessi detto a Thornberry, a Wolfgang, alla donna di Veracruz, o a Bert e Elvera Howie che ero uno scrittore, si sarebbero dati alla fuga oppure, per usare un'espressione di Bert Howie, «mi avrebbero riempito le orecchie di stronzate».
Ma in questo treno, il Vecchio Espresso della Patagonia, ero simile a tutti gli altri; poco rasato, discretamente presentabile, con una valigia ammaccata, un aspetto vagamente europeo, i baffi pendenti, le scarpe impermeabili consumate.Era un sollievo, finalmente ero anonimo. Ma che strano posto in cui essere anonimo. M'intonavo con il primo piano, ma che sfondo! Era stupefacente, appartenevo a quel treno.
Il ragazzo si svegliò.
«Quanto c'è per Norquinco?» chiese.
«Non lo so», dissi. «A me sembrano tutte uguali.»
L'uomo dietro di me disse: «Circa due ore».
Non indicò il finestrino, guardò l'orologio. Il paesaggio non era di nessun aiuto per stabilire dov'eravamo.
Il ragazzo si chiamava Renaldo. Il suo cognome era Davies, era gal­lese. Questa parte della Patagonia era piena di Jones, Williams, Powell e Pritchard, famiglie del Galles che erano migrate lungo l'altopiano, ar­rivando da Rawson, Trelew e da Puerto Madryn, con l'intenzione di fondare una nuova colonia gallese. E gente risoluta, indipendente e ri­servata, non i tipi canterini e sognatori a cui si associa il Galles, ma tut­ta un'altra specie, frequentatori di chiese, allevatori di pecore, tenace­mente protestanti, con forti sentimenti per una patria che non hanno mai visto e per una lingua che parlano in pochi. (Un classico della lette­ratura gallese s'intitola Dringo'r Andes, «Salendo sulle Ande», scritto dalla gallese Eluned Morgan, che nacque nel golfo di Biscaglia durante la grande emigrazione). Renaldo voleva parlare in inglese, ma lo faceva in modo per me inintelligibile, così parlammo in spagnolo.
«Ho imparato l'inglese in una nave mercantile», disse. «Non è un buon posto per impararlo.»
Era stato sulla nave per due anni, e adesso stava tornando a casa.
«Se sei stato su una nave», dissi, «devi essere stato a Boston.»
«No», disse. «Ma sono stato in tutta l'America. In tutto il conii nente.»
«New York?»
«No.»
«New Orleans?»
«No.» Ora era perplesso. «America, non gli Stati Uniti.»
«Sud America?»
«Giusto, tutta quanta. In tutta l'America», disse. «E in Asia: Sloga pore, Hong Kong; e Bombay. E in Africa: Durban, Città del ( iapo, l'ori Elizabeth. Sono stato dappertutto.»
La nave in cui si era imbarcato era peruviana, ma l'equipaggio era composto principalmente da cinesi e indiani - «gli altri indiani, diversi dai nostri. Mi piacevano, più o meno. Parlavano, giocavamo a carte. Ma i cinesi! Li odiavo! Ti guardano e non dicono niente. Se vogliono qual­cosa», fece il gesto di afferrare, «lo acciuffano; acciuffano e basta.»
Gli chiesi che impressione aveva avuto del Sud Africa. La sua ri­sposta mi sorprese.
«Il Sud Africa è un cattivissimo posto», disse. «È molto bello, ma la società è crudele. Non ci crederai, ma dappertutto ci sono cartelli che dicono "Solo per bianchi." Taxi, autobus, negozi, "Solo per bianchi." I bianchi vanno da una parte, i neri dall'altra. Strano, no? E la maggior parte della gente è nera!» Lo raccontava più con stupore che con indi­gnazione, ma aggiunse che non l'approvava.
Perché no? chiesi.
«Non va bene. "Solo per bianchi", "Solo per neri"», disse. «È un sistema stupido. Dimostra che hanno grossi problemi.»
Trovavo incoraggiante che un abitante della Patagonia privo di cultu­ra potesse dimostrare tanto discernimento. Dissi. «La penso così anch'io.»
Disse: «Passerei più volentieri la mia vita a Barranquilla che a Dur­ban. E Barranquilla è veramente orrenda».
«È vero», dissi. «Sono stato a Barranquilla, e l'ho detestata.»
«Non è un letamaio? Un posto veramente brutto.»
«Quando sono stato lì c'erano le elezioni.»
«Hanno le elezioni? Bah», disse lui. «Lì non c'è niente del tutto!»
Pensando a Barranquilla ridacchiava. Guardai dietro di lui, le colli­ne che sembravano dune, i cespugli bassi, il sole accecante, gli sbuffi di polvere lanciati in aria dal treno. Lontano c'era un condor che volava in cerchio; i condor non battono le ali. Il disgusto di quel ragazzo della Pa­tagonia per Barranquilla era un'avversione per la lenta decomposizione, per la muffa e gli insetti. Qui non marciva niente. Un essere morto di­ventava velocemente una carcassa secca; si raggrinziva ed era presto so­lo ossa. Non c'era umidità, niente di stagnante. Era la pulizia del descT to, la rapida distruzione provocata dal sole e dall'aridità; era un tc'rriio rio selvaggio e disidratato, un fossile sul fianco del pianeta. Qui i-raiio sopravvissute poche creature, ma quelle erano praticamente iiidistniiii bili.
«Così hai visto il mondo», dissi. «Ma perché torni a casa.'»
«Perché ho visto il mondo», disse. «Da nessuna parte è come qui. Troverò un lavoro, magari a costruire case o a riparare motori. A Nor-quinco o a Esquel.»
«Io sto andando a Esquel», dissi.
«Si fa prima prendendo la corriera da Bariloche.»
«Volevo prendere l'Espresso della Patagonia», dissi.
«Questo vecchio treno!»
Quando arrivammo a Norquinco e lui tirò la valigia verso la porta, dissi: «La regina d'Inghilterra - sai chi voglio dire?»
«La regina Elisabetta? Che cosa c'è?»
«Ha una fattoria proprio fuori Esquel. Molto bella, con una quan­tità di bestiame.»
Trascorsi quel pomeriggio sul treno come avevo trascorso pomerig­gi su treni per tutto il percorso attraverso le Americhe. Ricordai perso­ne che erano state crudeli con me; provai osservazioni taglienti che avrei dovuto pronunciare; revocai situazioni imbarazzanti della mia vita; ri­vissi mentalmente piccole vittorie e grandi sconfitte; immaginai d'esse­re sposato con qualcun'altra, di avere figli e di divorziare; mi elessi pre­sidente di una repubblica delle banane, e cercai di tener testa a una chiassosa opposizione; studiai medicina, mi misi a praticare ed eseguii operazioni complesse; raccontai una lunga storia umoristica davanti a un grande pubblico, ma alla fine il premio andò a qualcun altro. Morii, e la gente parlò di me a voce molto alta. Fu un tipico pomeriggio di viag­gio.
Avevo scelto come punto di riferimento sulla cartina il villaggio di Leleque, che però era ancora a ore di distanza. Il treno arrancava, rara­mente correva in linea retta, e ogni tanto si fermava - un urlo, la cam­panella, il fischio, l'abbaiare, e ripartivamo. Mi rendevo conto che il mio viaggio stava finendo, ma non ero triste quando mi veniva in mente che, dopo poche ore, forse al calare della notte, il treno mi avrebbe lasciato alla mia destinazione, e non ci sarebbe stato più nulla. Il pensiero cor­reva alla stazione di Esquel, all'aereo per Buenos Aires, all'arrivo a ca sa. Sì, all'aeroporto avrei preso un taxi, al diavolo i soldi. La mia di-si i nazione era vicina, ero impaziente.
Ma il paesaggio insegnava pazienza, cautela, tenacia. Per vederlo bi­sognava studiarlo, un'occhiata non diceva niente. La locomotiva sbulla va avanzando a fatica sulle strette rotaie, lungo il deserto; pareva si-m pre sul punto di tirare le cuoia, esplodendo in una pioggia di metallo e vapore, oppure grippandosi in una sequenza di singulti e bloccandosi lungo un pendio, per poi scivolare indietro nell'avvallamento e non muoversi più. Sembrava un miracolo che una locomotiva vecchia come questa potesse andare avanti, e cominciai a interpretare i suoi respiri an­santi come segni di energia, e non di debolezza.
Ma la locomotiva e il paesaggio non potevano tener desta l'atten­zione a lungo. Mi concentrai su Boswell, mangiai uva e sonnecchiai. Il sole era calato; a ovest le colline erano più alte, e il sole scivolava verso di loro. Il vento era più freddo. Ormai era evidente che non saremmo arrivati a Esquel prima del buio. Quando l'oscurità scese, lo fece nel modo improvviso della Patagonia, lesta come una tenda tirata giù, e riempì la notte di gelo. Nel silenzio del deserto si sentiva il suono del vento, e il treno che si affannava. Il treno fermava alle stazioni più pic­cole, prima di Esquel; la locomotiva tremava nel buio, e più in là il cic­lo era un immenso setaccio di stelle blu.
Erano passate le otto quando vidi le luci. Guardai se ce n'erano al­tre, ma non ne vidi. Questi posti non erano niente, pensai, finché non ci si era in cima. Non sapevo che eravamo in cima a Esquel. Mi ero aspet­tato di più - un'oasi, forse pioppi più alti, la vista di qualche bar acco­gliente, un ristorante affollato, una chiesa illuminata a giorno, qualcosa che desse significato al mio arrivo. Oppure qualcosa di meno, come una delle stazioni minuscole lungo la ferrovia; come Jacobacci, qualche ca­panna, dei cani, una campanella. Il treno si svuotò rapidamente.
Trovai un uomo con un berretto dall'aria ufficiale, e un distintivo delle ferrovie appuntato alla camicia. C'era un albergo lì vicino?
«Esquel è piena di alberghi», rispose. «Alcuni sono anche buoni.»
Gli chiesi di dirmene uno, e lui lo fece. Mi ci infilai subito e feci un bagno, freddo, non per mia scelta. Poi andai al ristorante.
«Che cosa beve? Vino rosso?»
«Sì», dissi.
«E che cosa mangia? Una bistecca?»
«Sì.»
Come sempre. Ma qui l'atmosfera era diversa, come in un saloon del west, con la gente che veniva in città per il fine settimana, le facce parevano di cuoio; si tenevano addosso le giacche di pelle anche nel ri­storante, un uomo stava dritto sulla sua sedia, con un libro in mano.
I camerieri correvano avanti e indietro con i loro vassoi. Vidi un orologio a muro, un calendario, la fotografia di quella che probabilmente era una squadra di calcio locale, l'immagine di un santo.
Avevo pensato di fare una passeggiata, di cercare un bar. I muscoli mi facevano male per il viaggio, e volevo sgranchirmi. Ma stando lì se­duto mi appisolai. Mi risvegliai con uno scossone e chiesi il conto.
A letto, la sabbia e la ghiaia che erano fra le pagine di Boswell mi caddero sul petto. Lessi una frase, guardai la sabbia che scivolava, e nel gesto di toglierla mi addormentai.
L'idea iniziale era di arrivare a Esquel il giorno prima di Pasqua, e di svegliarmi la domenica per guardare l'alba. Ma la Pasqua era già pas­sata. Questa non era una data particolare, e io non mi svegliai all'ora che avevo in mente. Mi alzai e uscii. Era una giornata assolata e ventosa, co­me in tutti i giorni dell'anno, in quella parte della Patagonia.
Camminai fino alla stazione. La locomotiva che mi aveva portato a Esquel aveva un'aria derelitta, sul binario di raccordo, come se non do­vesse mettersi in moto mai più. Ma aveva forza per altri cent'anni, ne ero certo. Camminai oltre, passando davanti alle case di un piano e alle capanne di una stanza, fino ad arrivare dove la strada diventava un sen­tiero polveroso. C'era un pendio roccioso, qualche pecora, il resto era­no cespugli ed erbacce. Guardando attentamente si vedeva che i cespu­gli avevano piccoli fiori rosa e gialli. Il vento li scuoteva. Mi avvicinai. Tremavano, ma erano graziosi. Dietro di me c'era un gran deserto.
Era questo il paradosso della Patagonia; star qui spingeva a di­ventare un miniaturista, oppure a interessarsi a enormi spazi vuoti. Non c'era un campo di studio intermedio; o l'enormità dello spazio deserto o la vista di un fiore piccolissimo. Si doveva scegliere fra il minuscolo e l'immenso.
Il paradosso mi divertiva. L'arrivo non aveva importanza, era il viag­gio che contava. Avrei seguito il consiglio di Johnson. Agli inizi della sua carriera aveva tradotto il libro di un viaggiatore portoghese in Abissinia. Nella sua prefazione, Johnson scriveva: «Non ha cercato di divertire i lettori con assurdità immaginarie, o fantasticherie incredibili; che sia ve­ro o no, tutto quel che riferisce è perlomeno verosimile, e chi non rac­conta nulla che ecceda i confini della verosimiglianza ha il diritto di pre tendere che chi non lo può contraddire gli creda».
Le pecore mi videro. Le più giovani si misero a scalciare. Quando guardai di nuovo nella loro dirczione se ne erano andate, e io ero una formica in un formicaio sconosciuto. In quello spazio era impossibile accertare le dimensioni delle cose. Non c'erano sentieri fra i cespugli, ma potevo guardarli dall'alto, guardare l'oceano di spine che in distan­za sembrava così mite, da vicino così crudele, e in primo piano come mazzi di fiori malriusciti. Era tutto perfettamente calmo, e senza odori.
Sapevo di non essere da nessuna parte, ma la cosa più sorprenden­te era che dopo tutto quel tempo ero ancora nel mondo, in un punto in fondo alla carta geografica. Il paesaggio era scarno, ma dovevo ammet­tere che aveva lineamenti decifrabili, e che io c'ero dentro. Il suo aspet­to era una scoperta. Pensai che anche «da nessuna parte» era un luogo.
In basso la valle diventava profonda, di una roccia grigia che por­tava le strisce delle ere e le spaccature delle inondazioni. Più in là c'era una sequenza di colli, con le fenditure e i tagli fatti dal vento, che ora cantava nei cespugli. I cespugli si scuotevano al canto, poi s'irrigidivano silenziosi. Il ciclo era di un azzurro terso. Una nuvola soffice, bianca co­me un fiore di cotogno, portava un po' di ombra dalla città, o dal Polo sud. La vidi avvicinarsi. Fluttuò sopra i cespugli e mi passò sulla testa; un attimo di freddo e poi andò sgualcendosi verso est. Qui non c'erano voci, c'era quello che vedevo. Sebbene più avanti ci fossero montagne, ghiacciai, albatri e indios, qui non c'era niente di cui parlare, nulla che mi trattenesse ancora. Solo il paradosso della Patagonia: lo spazio im­menso e i fiori minuscoli del cespuglio simile all'artemisia. Il nulla in sé, che per qualche intrepido viaggiatore segna l'inizio, per me era una con­clusione. Ero arrivato in Patagonia, e mi venne da ridere ricordando che ero partito da Boston, con il treno sotterraneo che la gente prendeva per andare a lavorare.
Paul Theroux
L'ultimo treno della Patagonia


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lunedì 13 aprile 2009

El Chaltèn, " la montagna che fuma " è considerata dal popolo mapuche una montagna sacra

Il Cerro Chaltén (noto anche come Cerro Fitz Roy) è una montagna situata nel Parco Nazionale Los Glaciares, nella provincia di Santa Cruz in Patagonia, vicino al villaggio di El Chaltén, prossimo alla frontiera tra Argentina e Cile. Raggiunge un'altezza di 3.405 metri sul livello del mare.

Il nome Chaltén deriva dalla parola in lingua mapuche che significa la montagna che fuma (a causa delle frequenti nuvole che si addensano sulla sua sommità), e il popolo mapuche l'hanno considerata come una montagna sacra. Cerro Chaltén è il simbolo della provincia di Santa Cruz, ed è rappresentato nella sua bandiera e nel suo stemma.

Francisco Perito Moreno la battezza Fitzroy nel 1877 in onore dell'esploratore Robert Fitzroy.

È stato scalato per la prima volta dall'alpinista francese Lionel Terray accompagnato da Guido Magnone nel 1952. Nonostante la sua bassa altitudine, la montagna è considerata di difficile scalata, ed il granito molto compatto di cui è composta, oltre alle condizioni climatiche generalmente estrema, richiede un elevato livello di esperienza alpinistica. Per questo le scalate non sono frequenti.


Il Fitz Roy è la montagna a destra. Fra la guglia che si stacca dalla parete principale all'estrema destra, e il resto del corpo della montagna, corre la famosa "Supercanaleta", una eccezionale ed estrema via di ghiaccio e terreno misto. La vetta a sinistra nella foto è la meno salita, ma altrettanto impegnativa, Aiguille Poincenot.

La montagna è il simbolo della provincia argentina di Santa Cruz e fu scalata per la prima volta nel 1952 dagli alpinisti francesi Lionel Terray and Guido Magnone.

La montagna ha la fama di essere l' "ultima tappa", infatti nonostante la sua altezza media (anche se è la vetta più alta del parco nazionale de Los Glaciares, è meno della metà del gigantesco Himalaya), a causa delle pareti verticali in granito presenta lunghi tratti che richiedono una grande preparazione tecnica. Inoltre, il clima nell'area è eccezionalmente inclemente e traditore, e anche per questa ambientazione particolare, quasi magica, attrae molti fotografi da tutto il mondo.

L'area, in alcune parti ancora inesplorata, non è più isolata grazie al recente sviluppo del villaggio di El Chalten. che ha anche un aereoporto. l'ascesa alla montagna è comunque estremamente difficoltosa e riservata a esperti scalatori: tutt'oggi mentre cento persone al giorno raggiungono l'Everest, sono una in un anno riesce a scalare con successo il Cerro Chaltén.









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