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lunedì 30 gennaio 2012

Viaggio in Patagonia: libertà, spazi immensi, silenzio, avventura.


Volevo fare un viaggio, non una vacanza. Un’esperienza che mi rimanesse dentro. Lontano dal pazzo turismo. 

Pensai così che la Patagonia potesse darmi quelle emozioni di cui sentivo il bisogno: libertà, spazi immensi, silenzio, avventura. Avrei lasciato l’estate italiana per il tardo inverno australe. 

L’equipaggiamento e i bagagli sarebbero stati quelli classici di un Backpacker (Mochilero, come dicono loro): zaino, sacco a pelo e sacca da portare a mano con dentro le cose più ingombranti. E, naturalmente, tanta curiosità.

Se nella capitale federale ci capitate di domenica non perdetevi il mercato di San Telmo nel quartiere omonimo. Caratteristico labirinto di bancarelle d’antiquariato che ben si accostano ai ristori e bar nelle viuzze caratteristiche e ai ballerini di tango che qua e là, danno spettacolo. Tutto sembra uscire da una cartolina in bianco e nero degli anni ’40.

Ma la vera avventura doveva ancora iniziare. Da Buenos Aires, con un volo di linea interno, ho raggiunto la cittadina di Trelew nella regione del Chubut, Patagonia del Nord, parte costiera. All’aeroporto mi aspettava l’auto (una Fiat Palio, ne troverete molte in Argentina) con cui avrei percorso circa 600 km, fino a Comodoro Rivadavia. Ma andiamo con ordine.


Caricati i bagagli, firmati i documenti e pagato in anticipo, mi sono immesso sulla Ruta 3, forse la più importante strada asfaltata (e anche una delle poche) che, tagliando la Patagonia da nord a sud, attraversa idealmente lo Stretto di Magellano ed il Canale di Beagle e prosegue nell’Isola Grande della Terra del Fuoco per “morire” nel Parco Nazionale, sul confine argentino/cileno.


La carrettera è lunga e diritta, a perdita d’occhio. E ai lati un deserto di arbusti e terra rossastra. Un vento che porta via e, al contrario di quanto pronosticato, un sole ed un cielo terso da fare invidia alle più belle estati mediterranee. 


Attenzione alla velocità da mantenere con l’auto: è frequente la presenza sulla carreggiata di animali (guanacos, pecore, cavalli) che attraversano, brucano o semplicemente vi osservano incuriositi. 

Ricordate: siete ospiti nella loro terra. 
Risalendo di un centinaio di km, da Trelew verso nord, sono entrato nella Penisola Valdès. Qui le strade diventano di terra battuta, di ghiaia e di fango. Da Puerto Piramide in poi gli incontri con altri veicoli diventano rari. Le poche estancias (fattorie) sono quasi impercettibili alla vista, si confondono con l’orizzonte. Qui ho avuto il primo “faccia a faccia” con i lobo marini, simili a otarie ma più grandi, e con le balene. Esperienza fantastica.

Un paio di giorni di viaggio mi sono bastati per ritornare a Puerto Piramide e proseguire verso la mia prima meta on the road: la città di Comodoro Rivadavia, sul confine tra la regione del Chubut e Santa Cruz. Il paesaggio era diventato più collinare e la giornata piovigginosa stendeva un velo di tristezza e malinconia momentanei. Ma la strada era ancora lunga e, devo dire la verità, alquanto imprevedibile.
Il parco nazionale "Los Alerces" si trova a 50km da Esquel e copre 263.000 Ha della parte occidentale della provincia, di questi 75.500 sono di riserva nazionale.

Oltre alla sua belleza paesaggistica, l'oggetto di questo parco è la conservazione di una conifera gigante e longeva, il larice o lahuan (fitzroyacupressoide) che vive nella zona più umida del bosco valvidiano e che può raggiungere una portata che supera i 50 m ed un tronco di 4 m di diametro.

Per il resto, la flora del Parco è quella tipica della regione del bochi andino-patagonici. Le principali specie di alberi sono il coihue, la lenga, il ñire e i cipressi della cordigliera.

Fauna: nel parco ci sono 150 diverse specie di uccelli tra le più interessanti si può citare l'anitra di torrente, il "chorlo", "cauquenes", "chucaos e galleretas de ligas rojas".

Tra i mammiferi si trovano volpi, nutrie, emù e puma. Prima della formazione del parco furono introdotte alcune specie esotiche molto difficili da eliminare, che competono con la fauna e la flora autoctone producendo squilibri ecologici nell'area. tra queste si possono citare la lepre europea e il cinghiale.


Nel centro d'Interpretazione, nella Villa Futalaufquen, su può avere una visione sinottica degli aspetti naturali del Parco ed i sentieri interpretativi che questa possiede: Alto del Dedal, Los Pumas, Cinco Saltos, la cascata Tio Mindo.


Villa La Angostura.
Altro mondo, altra dimensione. Per chi conosce le Dolomiti, una gigantografia del lago di Misurina e le tre cime di Lavaredo. Abeti, acqua cristallina, aria fresca e frizzante, niente a che vedere con la grande metropoli.

Il verde della natura rigeneratrice ed ossigenata risveglia la voglia di capire, scoprire la terra che calpesti. Impressionanti sono gli chalet svizzeri, tedeschi ecc. I nomi sono familiari, la pizza, pasta, da Nonnino, da Bice..... e così via.


Il Bosco Patagonico.



Proseguendo il viaggio, nominare gli altri nomi dei laghi è per me difficile perché era tutta una bellezza, l’acqua, la vegetazione, la particolarità del colore dovuto ai fondali, la cristallinità, lo scroscio. Dire un Eden è dire tutto. Lago Gutierrez, Lago Mascardi, Lago Puelo, Villarino, ecc. Il cammino era lungo, la strada buona, non sempre potevo fermarmi a vedere tutti i particolari e tutti quei cartelli con le indicazioni dei sentieri.

La cittadina Bolson mi ha colpito. Viene denominata la città degli Hippies. L’ho visitata dall’alto con un piccolo aereo che offre questi servizi e capisci perché si chiami “borsa” (in spagnolo "bolson" significa borsa).



El Bolson.

In effetti è dentro una vallata circondata dalle Ande, stupende, imponenti. Questa “sacca”, El Bolson, è caratterizzata da un suo microclima. Da provare: un bel boccale di birra locale, i lamponi, nel luogo chiamato “frutta fina”. La "rosa moschetta" cresce allo stato naturale come fosse un arbusto comune. 


La zona è meta per molti giovani che praticano il kayak, cavalcate etc. Proseguendo il viaggio arrivai nei pressi di Esquel e chilometro dopo chilometro cresceva la curiositá del poi, che ci sarà!...Il cartello con indicazione Trevelin e Frontera Cile mi indusse a optare per quella meta. La cima imbiancata del grande Vulcano Osorno, che era lontano e attendeva sornione inviando il suo influsso magnetico.



Nella parte argentina si respira un clima fresco e secco mentre in quella cilena la vegetazione é lussureggiante ed inaspettata.


Bariloche.


Arrivai ad un bivio, puntare al Nord o verso il Sud per i ghiacciai? Decisi per il Nord in quanto ci eravamo dati appuntamento con mio marito a Bariloche. Al Chalten optai per prendere il traghetto ferry-boat e visitare la isola di Chiloé e le relative città Castro, Ancud, ecc .

Durante la traversata fummo accompagnati da piccoli delfini. Chissà perchè il delfino fa tenerezza con quegli occhietti teneri e nello stesso tempo vispi. Vederli un branco sprigiona allegria ed è di buon auspicio. Il continuo saltellare armoniosamente sulle onde dell’oceano porta alla mente i ballerini su un palcoscenico azzurro.
Come in una favola si incontravano isolotti con case a forma di palafitte, c’era un via vai di barcaroli e mozzi con le loro merci da vendere. Si vedevano gli isolani tutti in fila su una specie di pontile con ceste colme di vegetali e gabbie con animali, in attesa della chiatta e delle barche. 



Mi spiegarono che tutt’ora gli isolani praticano il baratto delle merci e tra loro si riconoscono per i turni del mese. Sembrava di essere tornati ai vecchi libri di scuola dove riportavano le primitive comunicazioni fluviali. Erano lì davanti a te e li guardavi cercando di captare altre sensazioni.


San Martin de los Andes.

Approdati a Chiloé cercammo un hotel per la notte. Il Cile è il paese dei crostacei e dei polpi, ne sanno qualcosa i giapponesi con le loro navi conserviere. Mi colpì la grandezza delle cozze (un pugno chiuso di un bambino di dieci anni), gamberoni e mazzancolle reali, ricci, ecc. La gente è semplice ed ospitale. 


Caretteristica è l’offerta dell’ affittastanze, essendo la zona una meta dei turisti. C’è l’esibizione delle cartoline e delle note di benemerito scritte in tutte le lingue, con orgoglio sono esposte per incentivare il pernottamento..

Visitammo Ancud, i mercatini dove le donne dietro ai banconi sferruzzavano maglioni, calze e cosí via, incitandoti all’acquisto.

Salta all’occhio la testa d’aglio, grande quanto due pugni chiusi d’adulto: l’aglione (in Europa avremmo pensato: lo hanno manipolato chimicamente).

Soggiornammo alcuni giorni e riprendemmo il traghetto per visitare Porto Montt, Puerto Varas, Frutillar. Qui si nota come il popolo germanico abbia dato la sua impronta nelle costruzioni e nell’ordine che regna ovunque. La compostezza del Cileno si nota immediatamente. La guida in auto è assai controllata e la velocità viene penalizzata da una attenta vigilanza per il rispetto del codice stradale.

Non presi la strada statale per la città d’Osorno, ma costeggiai il lago panoramico Llanquihue, puntando verso il passo di frontiera per l’Argentina. Scorci da mozzare il fiato, il lago formava una maestosa baia illuminando le città lasciate alle spalle, con uno scenario da grand’angolo.


Riprendemmo fiato alle Terme di Puyehue, di cui porta il nome sia il Parco Nazionale che il vulcano, dove, tra bagni e massaggi immersi in un santuario della natura, ci ritemprammo dei 26 giorni di guida intervallando con piccole escursioni.

I cileni sono molto compiti, la loro cortesia è rispettosa e frenata, al contrario degli argentini che sono festosi e chiaccheroni quanto noi italiani.

Rientrammo a Bariloche dove finalmente ci riunimmo con Giulio, mio marito, e proseguimmo il viaggio per il grande circuito di Bariloche. Visitammo e pernotammo a S. Martin de los Andes in un hotel sempre chalet dove nel silenzio si ascoltava il fiume chiaccherino con i suoi rigoglii. Questa città è una delle mete sciistiche, quindi una citta’ giovane e festosa che la sera é piena di discoteche, piani bar, e alla gente piace la vitalità ed il baccano della musica. A metà percorso della strada principale dei Sette Laghi c’è un cartello che indica: 25 km Villa Traful, un sentiero tutto curve ed in salita circondato da fitta vegetazione con la sorpresa finale di arrivare ad un paesetto di 400 abitanti. Ci sono hotel, ma bisogna prenotare per tempo. Tutto è ben curato, le villette sono adornate da giardini fioriti. La principale attività del luogo è visitare i dintorni ricchi di ruscelli che nascondono delle cascate. E’ un invito al riposo, alla scampagnata, a una merenda, alla pesca o ad una cavalcata.

A 5 km di distanza c’è il Mirador dove puoi goderti una panoramica del lago Traful e apprezzare la profondita del lago che va dal turchese intenso al celeste argentato. Ora arriva il momento di dare spazio all’hobby di mio marito, rientrato dall’Italia, un fanatico della pesca sportiva. Ci indicano Confluencia ed il Rio Limai nella parte bassa dopo la grande Diga che porta il suo nome. Scenario da "far west argentino”, una valle dove le pietre scolpite dal vento danno forma ad un pianoforte, un elefante, un indio ecc. L’immaginazione umana riconosce figure memorizzate nella mente. Pernottammo in quell’unico albergo a Confluencia dove c’era una guida per la pesca. Chi ama la pesca la pratica in ore ben stabilite. Quindi la mattina presto andammo in barca, la trasparenza dell’acqua faceva da lente ai sassi del letto. Nei fiori e nell’erba si vedeva la stagione estiva. Ai bordi del fiume c’erano dei tronchi secchi spezzati e grigi; orme dei freddi inverni dove la natura può sembrare crudele. Pescammo la famosa trota salmonata, arco iris, e potemmo assaporare la sua delizia. Riprendemmo la pesca al tramonto, allo scemare del giorno alzando gli occhi, gli ultimi raggi solari illuminavano la montagna di pietra dove le forme sagomate scomparivano pian piano nel buio della sera.
 Dopo due giorni rientrammo a Bariloche, gustammo la rinomata cioccolata e visitammo i dintorni. Certo Bariloche è il centro dell’agglomerato umano, punto di riferimento e dove si assolvono tutte le necessità: ospedali, chiese, scuole. Centro turistico e sciistico, club, discoteche. In estate o inverno è affollatissima.

Spero prossimamente di poter rivedere ed assaporare quell’aria e quella vegetazione indimenticabile. A coloro che vogliano intraprendere il mio viaggio consiglio però di avere vari giorni a disposizione.

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mercoledì 25 gennaio 2012

Terra del Fuoco: avventura, emozioni, storia e leggenda.

Terra del Fuoco (Tierra del Fuego, Antártida e Islas del Atlántico Sud) è il nome ufficiale di una provincia della Patagonia argentina. Con una estensione territoriale di 21.263 km² (*) e una popolazione di 101.079 abitanti (censimento del 1991) ha come propria capitale Ushuaia.


(*) Estensione considerando soltanto il territorio incontestato della provincia che è formato in parte dalla Terra del Fuoco (Arcipelago) e dall'Isola degli Stati. Sommando i territori che l’Argentina reclama nell’Atlantico Sud (Isole Falkland, Georgia del Sud, e parte dell’Antartide) l'estensione territoriale della provincia raggiungerebbe 986.418 km².


La cordigliera andina nel suo percorso fino alla leggendaria “Tierra del Fuego” esibisce la sua meravigliosa varietà naturalistica, paesaggi desertici, valli, gole mozzafiato, orridi e precipizi, montagne colorate e variopinte ridondanti di vegetazione pluviale, laghi cristallini frequentati dai “flamingos”, gli eleganti fenicotteri rosa, e infine i bianchi secolari ghiacciai della Patagonia.

Come è Tierra del Fuego? 

Circa 500 anni fa, un gruppo di esploratori del Vecchio Mondo vide le coste di una terra sconosciuta.

Fuochi sparsi e colonne di fumo dei falò degli indigeni parevano galleggiare sulle acque, nella foschia all’ alba. Fu possibilmente questo intorno mistico che diede il nome all’ Isola: Tierra del Fuego.

Quel che una volta fu un luogo inospito e remoto, oggi attrae persone di tutto il mondo.



“Nell’ estremo di quella estesa lingua di terra dell’ America del Sud, che si stringe quando si avvicina al Polo, bagnata da due oceani, l’ Atlantico e il Pacifico, il continente sembra spezzettato in un vasto arcipelago che, separato dalla terra ferma dallo Stretto di Magellano, penetra nelle fredde e misteriose solitudini dell’ Antartico, sotto il suggerente nome di Tierra del Fuego”.Alberto De Agostini

“Non ho visto soltanto nani e giganti, boschi sotterranei, selve antartiche, grotte sottomarine e colossi di granito, ho visto anche le porte incolumi del paradiso.” Julio Popper

“Perché, poi – e non sono l’ unico a chi capita – perché questi aridi deserti penetrano così profondamente nella mia memoria?”Charles Darwin

“Dall’ alto del Capo Domingo si approffittava di un superbo panorama di tutto l’ orizzonte. Perfino se non c’è vegetazione, attraggono e impressionano le pianure e i valli di questo poderoso fascino che esercita quello indefinito e per la misteriosa grandiosità che sorge da quelle infinite solitudini.”Alberto De Agostini

Tierra del Fuego fu il nome dato alle terre al Sud dello Stretto di Magellano, senza sapere quanto più al sud si estendevano. Attualmente questo nome denomina l’ Arcipelago formato dall’ Isola Grande e centi di isolotti e isole minori fino la città del Capo di Hornos verso il Sud. Il nome è lo stesso a uno ed altro lato della frontiera Argentino-Cilena.

L’ Isola Grande è la maggiore di America del Sud e si divide in due parti attraverso il meridiano di 68º 36’ che è quel che corrisponde alla frontiera internazionale e arriva a una superficie di circa 45.000 kmq. La frontiera continua dopo verso l’ Est, seguendo la direzione del Canale Beagle, che lo define come territorio cileno a tutte le isole e isolotti al Sud della frontiera, comprendendo Isole come Hoste, Navarino, Picton, Lennox e Nueva, tra altre.

La zona Nord dell’ Isola si caratterizza per essere una continuazione della steppa magellanica o patagonica, dove la pianura è coperta da un tipo di vegetazione, nella quale predominano i graminacei (Festuca spp.), spruzzati da macchie di arbusti (Mata verde e Mata negra). Questo spazio alterna con pianure fertili (zone più umide lungo i corsi d’ acqua), dove trovano migliori conidizioni le pecore e mucche per pascolare, per tanto la terra è quasi esclusivamente usata per l’ allevamento di questi animali, dandogli al paesaggio un ambiente rurale. Percorrono da questa parte alcuni rappresentanti della fauna silvestre, come guanacos e volpi, oltre a numerose specie di uccelli.


La Strada nazionale nº3 è una eccellente alternativa per percorrere questo tipo di paesaggio, con la variante che offrono le denominate Strade Complementarie 5, 8 e il settore Nord della 9. Qui si possono vedere le esclusività dell’ architettura di Tierra del Fuego, ben rappresentata dai complessi edilizi di alcune fattorie della zona (link a Turismo Rurale e Gite da Río Fiume Grande)

Man mano che continui, il rilievo incomincierà a ondeggiare e si presentano alcune macchie di bosco, spruzzato con lagune.
Questa zona è conosciuta come “parco fueguino”. Combina la vegetazione caratteristica del pascolo della zona Nord con il bosco, vegetazione dominante del paesaggio nella zona Sud. Il bosco si distribuisce in macchie ed è rappresentato principalmente dal ñire (Nothofagus antarctica) e ce ne sono anche valli occupati da piccole torbiere. Stai traversando il Corazón della Isla, dove si trova la Riserva Provinciale dello stesso nome (link a Aree Protette).

Qui incominciano a alternarsi fattorie allevatrici di bestiame con ditte forestali e durante il percorso per questa zona, sia lungo la Strada nazionale nº3, che le Strade Complementarie Nº 9 (settore Sud), 16, 18 e 21 vedrai succedersi complessi edilizi di fattorie (più piccole di quelle che si trovano più a Nord) con piccole e medie segherie.

Il grande limite naturale tra Nord e Sud dell’ Isola è il magnifico Lago Fagnano. Unamplio valle eroso dai ghiacciai contiene le acque di questo corpo di acqua dolce, il maggiore di tutto l’ Arcipelago e che marca una notevole divisione tra la zona Nord e quella Sud. La strada incomincia a salire la falda delleAndes, che assieme al bosco sub-antartico o magellanico, dominano il paesaggio della zona. Le specie di alberi che lo rappresentano sono la lenga (Nothofagus pumilio), l’ amareno (Nothofagus betuloides) e in minore proporzione il ñire (Nothofagus antarctica), già nominato a Nord del Lago Fagnano, convivendo con comunità di vegetali più piccoli, dominate dal calafate (Berberis buxifolia) e il cespuglio nero (Chiliotricum difussum).

Lungo i valli più grandi e profondi anche si attraversano torbiere e nei valli traversali si vedono relitti dei ghiacciai che mille di anni fa coprevano questo paesaggio montuoso. Alcuni picchi arrivano ai 1.500 m. e si vede precisamente la linea limite del bosco, coprendo la falda montuoso fino i650 m. sul livello del mare. La Strada nazionale nº3 è quella che attraversa la Cordigliera dal Passo Garibaldi (a circa 450 m. sul livello del mare).

La strada continua a Sud e poi all’ Ovest per arrivare alla fine dentro del Parco Nazionale Tierra del Fuego, attraversando la Riserva Provinciale Tierra Mayor e costeggiando nei tratti finali la costa del Canale Beagle. Questa zona è anchea attraversata dalla Strada Provinciale nº 33, che da verso l’ Est costeggiando il Canale Beagle e arrivando alle Fattorie Harberton e Moat, a più di 110 km. all’ Oriente di Ushuaia.

In tutto l’ambito del territorio provinciale – che comprende l’ Antartida e le Isole del Atlantico Sud – spicca la grande varietà di specie di uccelli. Le più rappresentative sono: pinguini, albatros, procellarie, gabbiani, cormorani, ostreros, playeros, anatre, macáes, cauquenes, bandurrias, jotes, condor, acquile, glachi e diverse specie di uccelli (furnáridos, tiránidos, ecc.), ognuno nel loro abitat, sumano circa duecento specie.

Dei mammiferi terrestri risaltano il guanaco, la volpe rossa, roditori come il tuco-tuco e piccoli topi di campagna; mentre che il coniglio, la volpe grigia, il castoro, il moscardino, il visone e l’ armadillo sono i più comuni tra quelli introdotti e abituati a questa zona. Oltre a ciò ci sono cervi rossi nell’ Isola de los Estados e il reno nell’ Arcipelago de le Isole Georgias del Sud, entrambi introdotti a principio del secolo XX.

Riguardo i mammiferi marini, in tutto il Mare Argentino circondante l’ Isola Grande e la Penisola Antartica, si vedono con molta frequenza diverse specie di leoni marini, delfini (compresa l’ orca), tonnetti, ballene e foche. Inoltre, lungo le coste del Canale Beagle vive la nutria marina, specie minacciata secondo la Lista Rossa di Mammiferi Argentini e vulnerabile secondo la UICN.

Le montagne delle vicinanze di Ushuaia offrono avvicinarsi a questo ecosistema practicamente per tutti i visitatori che lo voglia, quasi senza bisogno di uscire dalla Città. Ad esempio, ad appena 7 km. di Ushuaia, e con l’ aiuto della seggiovia, è molto facile avvicinarsi al Ghiacciaio Martial (link a Ghiacciaio Martial), a poco più di 800 m. di altezza. Non ostante, non devono disattendersi gli aspetti di sicurezza relativi alla salita di montagna, per tanto ti raccomandiamo di chiedere le condizioni affinché la tua camminata o ascensione abbiano successo garantito.


Nel passato il  territorio era coperto di ghiacci, fenomeno denominato glaciazione. Questo è un processo che comprende l’ origine, movimento e occupazione di una superficie da parte di una enorme massa di ghiaccio o da un ghiacciaio. Gli esperti sanno che questo processo si ripetè parecchie volte nella nostra regione lungo la storia della Terra, però quante volte ebbe luogo è ancora oggetto di discussione, anche se si conosce con precisione il momento nel quale questo fatto si produsse per l’ ultima volta. Nelle Andes di Tierra del Fuego ci furono durante periodi di glaciazione paesaggi simili a quelli che oggi si trovano nell’ Antartida.A Ushuaia si vede il risultato di questo processo, che capitò, per l’ ultima volta tra 125.000 e 18.000 anni prima di oggi. Nei dintorni sopravvivono piccoli ghiacciai, testimoni di quel periodo, come quello del Martial.(link a Ghiacciaio Martial)

Ritirate le masse e i fiumi di ghiaccio, la rocca modellata nuda soltanto si vide assieme a depositi di ghiacci e piccole macchie o rifugi di vegetazione, che sopravvissero mentre convivevano con i ghiacci e che furono semenzai per ripopolare la zona, grazie al sottile strato di suolo che si formava.
Negli ultimi 10.000 anni si consolidò la coperta del suolo e su questa si insediarono i primi semi di piante che, dopo, conformarono il bosco Nothofagus o bosco subantartico.

Una delle caratteristiche più notevoli del bosco di Tierra del Fuego è che corrisponde al bosco più vicino all’ Antartida. Anche chiamato di solito bosco magellanico o subantartico. Una caratteristica sorprendente degli alberi che lo compongono, principalmente del genero Nothofagus, è la loro capacità per vivere in condizioni talmente rigorose: un sottile strato di suolo (a volte non supera i 10 cm.), pendenti scoscese, esposti a forti venti, con raffiche di più di 100 km / ora in alcuni casi e a una temperatura media annua (nella zona di Ushuaia) di 5ºC e piggio che variano tra i 300 e i 5000 mm.

Si tratta veramente di condizioni estreme e lì cresce questo bosco di fagácee, servendo di supporto a mille di altri esseri vivi che formano questo ecosistema di caratteristiche così particolari. Dalle tre specie che lo conformano, due sono a foglie caduche: la lenga (Nothofagus pumilio) e il ñire (Nothofagus antarctica) e una è perenne, chiamata amareno o coihue di Magellano (Nothofagus betuloides). Oltre a ciò ci sono specie di alberi però non sono così abbondanti. La specie sottomessa a sfruttamento è principalmente la lenga.

In estate la luce del sole dura per più di 17 ore al giorno, mentre che in inverno la luce naturale (non il sole diretto) si mantiene soltanto durante 7 ore.
In dicembre e gennaio, è comune approffittare del giorno al massimo e quando senta voglia di mangiare ti rendereai conto che manca soltanto un po per mezzanote e ancora il sole ha luce.

Dall’ altra parte, in inverno chiarisce durante il mattino e circa le 17:30 ore incomincia a imbrunirsi.

Questo fenomeno prodotto per la latitudine nella quale ci troviamo a Ushuaia, è motivo per celebrare la Festa Nazionale della Notte più Lunga.

Ushuaia è la città più meridionale del mondo, a 3.000 km da Buenos Aires. Situata ai bordi del canale Beagle e circondata dai monti Martial, offre un paesaggio unico in Argentina: la combinazione di montagne, mare, ghiacciai e boschi.

È consigliabile visitare il Museo della Fine del Mondo, una costruzione del 1902, che conserva le interessanti opere d’artigianato degli indiani Onas, i resti di naufragi, documenti e foto riguardanti la storia della regione e, ad ovest della città, il Parco Nazionale Lapataia una riserva vergine dove si può passeggiare nella foresta di lengas e coihues e dov’è sorprendente il numero dei castori che arrivano a formare delle dighe con i tronchi degli alberi.

È da segnalare la visita al Museo Marittimo installato nell’antico carcere (una delle prigioni più famose della storia argentina) e l’escursione con il Tren del Fin del Mundo che percorre uno dei sentieri utilizzati dai carcerati decine di anni fa per rifornirsi di legna attraversando i boschi centenari.




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sabato 21 gennaio 2012

Solcava i cieli dell’attuale Argentina sei milioni di anni fa: si tratta dell’Argentavis magnificens, il più grande uccello noto.

Solcava i cieli dell’attuale Argentina sei milioni di anni fa: si tratta dell’Argentavis magnificens, il più grande uccello noto.

Ora i ricercatori della Texas Tech University descrivono le caratteristiche del suo volo sulle pagine dei "Proceedings of the National Academy of Science".

Grazie alla sua apertura alare di sette metri, l’animale era un esperto del volo planato, ottenuto sfruttando al meglio le correnti ascensionali e spiccando il volo da punti molto elevati, così come fanno molti uccelli odierni.

"Ma una volta che si trovava su una corrente ascensionale, poteva probabilmente guadagnare uno o due chilometri di quota senza neanche un battito d’ali, ma semplicemente mantenendo una rotta circolare.


Una volta guadagnata quota, poteva passare a un’altra corrente ascensionale e percorre in questo modo fino a 300 chilometri al giorno. Ha spiegato Sankar Chatterjee, curatore della sezione di paleontologia del Museo del Texas Tech University e coordinatore della ricerca.

Dai ritrovamenti effettuati nella Formazione di Andalhuala, vicino a Catamarca, alle pendici delle Ande, nella Formazione di Epecuen nei pressi di Carhue, e nelle Salinas Grandes de Hidalgo, nella pampa argentina, risulta che molto probabilmente l’uccello non possedeva neppure la muscolatura in grado di sollevare la sua massa, stimata intorno ai 70 chilogrammi, né per mantenere un battito d’ali costante durante il volo.



Argentavis è il più grande uccello volatore scoperto finora; è il teratornite più antico (Miocene superiore, circa 6-8 milioni di anni fa) e uno dei pochissimi provenienti dal Sudamerica. I resti fossili attribuiti a questa specie includono parti del cranio, un omero incompleto e altre ossa delle ali. Stime riduttive indicano un’apertura alare di oltre 6 metri, ma ipotesi più probabili porterebbero queste dimensioni a 8 metri; il peso dell’animale potrebbe essersi attestato intorno agli 80 chilogrammi. Queste misure indicherebbero un animale in grado di rivaleggiare, in quanto a dimensioni, con i più grandi pterosauri.

Nonostante la loro enorme taglia, i teratorniti erano sicuramente capaci di volare. Impronte visibili di inserzioni di penne remiganti sulle ossa delle ali di Argentavis lasciano pochi dubbi in proposito. Questo fatto sfida la precedente teoria secondo la quale il massimo limite per gli uccelli volatori era rappresentato da forme odierne come cigni, albatros, condor e otarde.

Il peso delle ali di un animale come Argentavis doveva essere relativamente basso rispetto alla sua taglia, poco maggiore di quello di un tacchino (Campbell & Tonni, 1983). Con un vento considerevole, l’uccello poteva librarsi in volo semplicemente spiegando le sue ali, proprio come gli albatri odierni.

Sembra inoltre che il Sudamerica, durante il Miocene, fosse esposto a forti e durevoli correnti occidentali, dal momento che le Ande avevano appena iniziato a formarsi e non erano molto alte. Teratornis merriami era di dimensioni abbastanza ridotte da poter decollare tramite un semplice salto e pochi colpi d’ala. Quasi tutte le ossa delle dita erano fuse insieme, come in tutti gli uccelli, ma il dito indice si era evoluto in una struttura ampia; anche i condor possiedono una struttura simile.



Tradizionalmente i teratorniti sono stati descritti come grandi divoratori di carogne, molto simili a enormi condor, a causa di una notevole somiglianza con questi ultimi. I lunghi becchi ricurvi, però, sono molto più simili a quelli delle aquile e di altri uccelli predatori attivi, che a quelli degli avvoltoi. Molto probabilmente, i teratorniti inghiottivano le loro prede intere; si è calcolato che Argentavis avrebbe potuto tranquillamente inghiottire animali della taglia di una lepre tutti interi.

Sicuramente questi enormi uccelli erano anche saprofagi, ma sembra che il loro nutrimento si basasse sulla predazione attiva nella maggior parte dei casi (Campbell & Tonni, 1983). E’ interessante notare come i teratorniti possedessero zampe più robuste e lunghe di quelle degli avvoltoi del Vecchio Mondo; è quindi possibile che i teratorni tendessero agguati alle loro prede sul terreno, per poi alzarsi in volo solo dopo aver catturato la preda e depositarla su un altro terreno per nutrirsene o nei loro nidi. Cathartornis, in particolare, potrebbe essere stato adatto a uno stile di vita simile.


Argentavis potrebbe essere stato un’eccezione, in quanto il suo corpo massiccio sembrerebbe più adatto a una dieta a base di animali già uccisi da altri predatori. Dal momento che i teratorniti potevano non essere divoratori abituali di carogne, le loro teste erano probabilmente ricoperte di penne, diversamente da quelle degli avvoltoi odierni, che utilizzano le loro teste spoglie per penetrare meglio nelle viscere degli animali morti.

Come molti altri uccelli di grandi dimensioni, anche i teratorniti probabilmente deponevano solo uno o due uova. Dal raffronto con alcuni uccelli odierni, sembra possibile che il giovane teratornite fosse affidato alle cure dei genitori per più di sei mesi, e impiegasse diversi anni per raggiungere la piena maturità (forse fino a una dozzina in Argentavis, Palqvist & Vizcaíno, 2003).

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martedì 17 gennaio 2012

L'Aconcagua, nelle Ande argentine, è la più alta montagna di tutto il continente americano.

L'Aconcagua (6962 m s.l.m.), nelle Ande argentine, è la più alta montagna della Cordigliera, di tutto il continente americano e di tutto l'emisfero meridionale.

È inoltre la più alta montagna della Terra al di fuori dell'Asia. Per queste sue caratteristiche è la seconda montagna dopo l'Everest per prominenza.

La cima si trova nella provincia di Mendoza, in Argentina, vicino alla frontiera con il Cile, all'interno del parco provinciale Aconcagua.

La montagna è costituita da rocce appartenenti al periodo Permo-Triassico; la sua genesi è comunque di era terziaria, ed è dovuta alla subduzione della placca di Nazca sotto la placca sudamericana nel quadro dell'orogenesi andina.

L'origine del nome è incerta. Il Coleti riporta l'esistenza, in Cile, del popolo Aconcagua, dal quale avrebbero preso il nome la valle da loro abitata e, di conseguenza, anche la montagna.

Il popolo Aconcagua è citato anche da altri autori.Secondo quanto riportato dal Secor, il nome potrebbe derivare dal quechua Anco Cahuac, ovvero "sentinella bianca", oppure Ackon Cahuak, ovvero "sentinella di pietra". Lo stesso autore riferisce che in lingua Aymara il termine kon kawa significa "montagna innevata",mentre nella lingua mapudungun del popolo mapuche Aconca Hue significa "che viene dall'altra parte". Il sito Andes Argentinos riporta una probabile origine dal quechua accon cahua, col probabile significato di "la grande rocca che guarda intorno".

Sulle falde della montagna vi sono diversi ghiacciai: i principali sono il ghiacciaio nordorientale (o polacco) ed il ghiacciaio orientale (o inglese).

Il primo tentativo europeo di raggiungere la vetta dell'Aconcagua risale al 1883, quando una spedizione tedesca guidata dal geologo ed esploratore Paul Güssfeldt tentò di raggiungere la vetta dallo sperone nord-ovest, arrivando ad una quota di 6500 m. La spedizione seguì quella che oggi è la via normale.

La vetta fu raggiunta per la prima volta nel 1897 da Matthias Zurbriggen, guida alpina svizzera che operava a Macugnaga, della spedizione guidata da Briton Edward Fitzgerald.

La prima donna a raggiungerne la vetta fu la francese Adriana Bance, il 7 marzo 1940, accompagnata da diversi membri del Club Andinista de Mendoza.

In molti atlanti figura ancora la vecchia misura dell'altitudine (6959 m s.l.m.) presa in quel frangente. Una spedizione italiana dell'Università di Padova, nel 2002, ha rilevato che l'esatta altitudine dell'Aconcagua è di 6.962 m s.l.m.

Il limite delle nevi permanenti si aggira intorno ai 5000 m.Da uno dei suoi versanti scende il fiume omonimo che raggiunge il Pacifico dopo un corso di 200 km.


Ascensione alla vetta.

L'accesso al parque provincial Aconcagua è limitato: per intraprendere l'ascensione alla vetta, è necessario chiedere un permesso all'autorità di gestione del parco, la Dirección de Recursos Naturales Renovables della provincia di Mendoza. Il costo del permesso varia di anno in anno; inoltre, è legato alla stagione, essendo più alto in alta stagione. Il periodo consigliato per intraprendere l'ascesa è l'estate (da dicembre a marzo nell'emisfero australe).

Via normale.

La via normale alla vetta non presenta particolari difficoltà alpinistiche. Si sviluppa sul versante nord-est, ed è poco più di una lunga camminata, scandita dalle necessarie tappe per l'acclimatazione. I rischi maggiori sono legati alla quota (poco sotto i 7000 m) ed alle brusche variazioni meteorologiche. Le tappe di acclimatazione richiedono qualche giorno ciascuna.

I diversi campi e punti di sosta che si trovano lungo il percorso sono i seguenti.

* Puente del Inca, 2740 m. Si tratta di un paese sulla strada principale, da cui ha inizio l'ascensione vera e propria. Vi sono diversi posti dove alloggiare, compreso un rifugio.
* Confluencia, 3380 m. Accampamento nel Parco, ad alcune ore di marcia dalla partenza.
* Plaza de Mulas, 4370 m. Campo base, con tende, docce, accesso internet. C'è un rifugio a circa 500 m.
* Plaza Canadá, 5050 m. Rifugio in posizione panoramica sopra Plaza de Mulas.
* Plaza Alaska, 5200 m. Detto cambio di pendenza, in quanto posizionato nel punto dove la pendenza della salita cala improvvisamente. È un campo predisposto per tende, ma non è molto utilizzato.
* Nido de Cóndores, 5400 m. Un vasto altipiano panoramico; normalmente, vi si trova accampato un guardiaparco.
* Berlín, 5900 m. Tipico campo d'alta quota, ventoso ed esposto. È abbastanza sporco, per cui molti andinisti lo evitano, preferendo spostarsi un po' più in alto, in località Piedras Blancas.

Via del ghiacciaio dei Polacchi.

Si sviluppa sul ghiacciaio dei Polacchi, anch'esso sul versante NE. L'avvicinamento avviene attraverso la valle de las vacas, fino alla base del ghiacciaio; da qui, si risale il ghiacciaio, incrociando la via normale, fino alla vetta.





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